Ah, il glorioso passato calcistico di Marotta. Quel mago della gestione che ha inaugurato e diretto il sontuoso ciclo dei nove scudetti, un’epopea tanto osannata quanto impeccabilmente celebrata. Nessuno potrebbe dimenticare le sue perle di saggezza e la capacità di trasformare una squadra in una macchina da vittorie. Ospiti dell’evento European Golden Boy tenutosi a Solomeo, non hanno perso occasione per ribadire la loro retorica da intenditori del pallone: «I calciatori bisogna percepirli, non vederli». Perché si sa, la vera arte calcistica è un mistico sesto senso, non certo le prestazioni in campo.
Un esempio lampante? Tevez, che «aveva il sacro fuoco», ovvero quella fiamma quasi religiosa necessaria per giustificare ogni verdetto da divano di esperti. Invece Torres, così privo di quella scintilla divina, non poteva aspirare a nulla. «Non aveva il calcio negli occhi» – dicevano. Come se il talento fosse un prodotto visibile a occhio nudo, magari con lenti speciali confezionate a Solomeo. Che delusione.
Non è affascinante come la narrativa calcistica si costrui spesso su concetti indefiniti, tipo “percepire” i giocatori? Apparentemente, il campo non conta nulla. Chissà se i tifosi e gli scontenti a casa si sentono rafforzati dalla certezza che il loro idolo non debba esser visto ma apenas percepito come un’entità metafisica. D’altronde, nulla dice “professionalità” come una visione ultraterrena del calcio.



