Non c’è niente come un paradosso ben confezionato per rallegrare le nostre giornate: mentre gli infortuni sul lavoro stanno finalmente diminuendo a grandi passi, quelli durante il tragitto casa-lavoro aumentano in modo sospettosamente vigoroso. Tra il 2022 e il 2024, infatti, le denunce per incidenti “in itinere” sono cresciute dell’8,8%, mentre quelle legate alle attività lavorative sono calate addirittura del 19,5%. E il 2025 sembra voler continuare la festa con un ulteriore +3,2%, segno che, evidentemente, tornare a casa è diventata una vera e propria battaglia. Giusto per calibrare l’entusiasmo: questi incidenti rappresentano quasi un quinto (19,3%) di tutte le denunce, ma si prendono ben il 27% dei casi mortali, sottolineando come la sicurezza stradale sul tragitto quotidiano sia qualcosa di cui parlare molto più seriamente di quanto si faccia.
Naturalmente, non si tratta solo di sfortuna, ma di un intricato groviglio di fattori che vanno dalla congestione stradale all’organizzazione del lavoro stessa. Ritmi frenetici, pressione insopportabile e disturbi del sonno sono solo alcuni dei deliziosi ingredienti che insieme si congiurano per ridurre la nostra attenzione e le capacità di reazione su strada. E proprio in quelle città dove il traffico sembra una gara di resistenza, lo stress si trasforma nel miglior complice degli incidenti. A complicare il quadro, il lavoro da remoto e quello ibrido, con i loro modelli organizzativi che, sorprendentemente, diminuiscono il rischio di incidenti, dimostrando che forse muoversi meno fa anche meno male. Chi l’avrebbe mai detto?
Per aggiungere giusto un tocco di pepe, c’è la questione demografica. Vent’anni fa, le aziende si preoccupavano di lavoratori over 50 per dire, un misero 22,3%. Ora, nel 2025, questa percentuale è quasi raddoppiata, arrivando al 41,9%. Così, mentre il corpo si fa meno elastico e la salute meno affidabile, le imprese sono alle prese con nuove e spassose sfide. Non solo devono arrangiarsi con profili di rischio più complessi, ma devono anche reinventare le modalità di gestione del lavoro e la prevenzione, perché ormai si ritrovano a gestire una forza lavoro che non è più quella di una volta.
Uno su cinque lavoratori sopra i 55 anni – non è uno scherzo – dichiara di convivere con problemi di salute che durano o dureranno più di sei mesi. Ma non preoccupatevi, questo dettaglio è certamente minimizzato nelle giornate piene di entusiasmo e bollettini di sicurezza aziendale. Perché, in fin dei conti, quello che conta davvero è che il traffico cittadino continui a tenervi sulle spine, mentre sul posto di lavoro tutto procede sicuro e rassicurante – o almeno così vogliono farci credere.
Non è una semplice coincidenza, ma una tendenza radicata che si snoda tra i Paesi europei, inclusa la nostra amata Italia: mentre gli incidenti sul lavoro diminuiscono (oddio, una vera sorpresa…), le patologie collegate alle attività lavorative esplodono come fuochi d’artificio nella notte. Tradotto? Mentre ti riducono la tuta antis rischio, aumentano le malattie croniche che si attaccano a te come zecche, fino a rovinarti la vecchiaia lavorativa.
Numeri per i romantici? Nel decennio dal 2014 al 2024, gli infortuni denunciati sono scesi da 663 mila a 593 mila (-10,5%), ma non temete: le malattie professionali sono schizzate da 57 mila a 88 mila, un irriverente +54%. Insomma, meno bende sul ginocchio, più acciacchi nascosti che ti colpiscono alle spalle.
Ma non è tutto: se vi piacciono le serie lunghe, negli ultimi trent’anni gli infortuni si sono quasi dimezzati rispetto al milione spaventoso del 1994, mentre le malattie denunciate sono letteralmente triplicate. E non illudetevi che questa sia solo una moda passeggera: nel 2025, dati freschi freschi, le malattie professionali aumentano ancora del 11,3%, mentre gli infortuni si mantengono stranamente stabili (+1%). Che coincidenza incredibile!
Ora, prima di correre a lamentarvi o gioire per questi dati, è bene fare un passo indietro – o meglio, una capriola, vista la complessità. Il sovrapporsi di fattori confonde ancor più che spiegare: da una parte c’è un effetto “emersione” mica da ridere. Cosa significa? Che una maggiore consapevolezza di lavoratori e medici certificatori ha portato a tirare fuori dall’ombra patologie prima ignorate. Grazie anche a un quadro normativo ormai così espanso da includere quasi ogni piccolo malessere cronico che ti possa balenare in testa.
In breve, l’incremento vertiginoso di malattie professionali è tanto reale quanto frutto di una nuova, entusiastica voglia di catalogare ogni acciacco. E sì, ora anche i disturbi multifattoriali e le condizioni a lunghissima latenza trovano un posto al sole. Mica semplice da spiegare al bar, ma perfetto per riempire tabelle e bollettini.
Il nuovo volto del disagio lavorativo
Se pensavate che il lavoro fosse sinonimo di sudore e qualche graffio sulla pelle, vi sbagliate di grosso. Ora si lavora con il cuore che batte forte per lo stress, l’ansia e l’insonnia. Nove lavoratori su dieci tornano a casa esausti, più dell’82% si sente sotto pressione, e quasi uno su due fatica a dormire. Una bella sinfonia di malesseri, no?
Naturalmente, questo benessere psicofisico da manuale non può che aumentare gli incidenti: la mente affaticata, la stanchezza che ti azzera la lucidità, tutto un mix perfetto per un record di infortuni anche durante il tragitto casa-lavoro (+3,2% nel 2025). E non è poco, visto che proprio qui si concentra il 27% degli incidenti mortali registrati. Un vero e proprio show di sfortuna e incapacità, ma chi volete che lo ammetta?
Ah, l’inarrestabile meraviglia del mondo del lavoro moderno! Secondo i dati raccolti da Inail ed Eurofound, la trasformazione dell’organizzazione lavorativa ha portato a ritmi frenetici, reperibilità perpetua, e una pressione sui risultati che farebbe impallidire persino un centometrista olimpionico. Tutto ciò, ovviamente, per migliorare il benessere dei lavoratori… o forse no.
Non ci vuole un esperto per capire che questa “rivoluzione” ha cambiato profondamente i fattori di rischio sul posto di lavoro. Gli infortuni fisici sembrano andare in calo, con un allegro -10,5% nell’ultimo decennio… peccato che, mentre i graffi e le ossa rotte diminuiscono, le malattie legate all’usura fisica e mentale accumulata siano in costante aumento.
Le patologie del sistema osteomuscolare, fonte eterna di lamentele da parte di chi trascorre ore ed ore seduto o sotto stress, rappresentano oggi oltre il 70% delle denunce all’Inail. Non solo: negli ultimi quattro anni si sono più che raddoppiate. Un’evoluzione quasi comica, se non fosse tragica. E ad aggravare il quadro ci sono anche i cambiamenti climatici e, sorpresa sorpresa, l’invecchiamento della forza lavoro. Sì, perché i lavoratori sono sempre più esposti a temperature estreme, soprattutto a un caldo insopportabile, con conseguenze sulla salute che lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.
Nel mentre, la forza lavoro – ormai invecchiata – ha accumulato fragilità e patologie croniche come fossero francobolli da collezionare. Oggi oltre il 66% delle denunce di malattie professionali riguarda lavoratori over 55, che sono anche responsabili di quasi il 45% degli infortuni mortali segnalati all’Inail. Una statistica che suona come una sinfonia stonata a ogni responsabile della sicurezza.
Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, non si è trattenuto nel suo commento, perché fosse chiaro che la salute nel lavoro è roba seria – anche se qualcuno finge non sia così.
“L’aumento delle malattie professionali e dei disturbi legati al benessere psicofisico conferma quanto la salute debba essere centrale nell’organizzazione del lavoro e nelle strategie delle imprese.”
Oh, naturalmente, le aziende stanno evolvendo. Ora, non si limitano più a chiedere risultati sempre più esagerati; si sono trasformate in benefattrici del benessere dei lavoratori, almeno a parole. Il welfare aziendale con polizze sanitarie integrative è diventato il passpartout per attrarre i giovani, perché niente dice “ti vogliamo” come una promessa di visita medica gratuita.
Ah, il magico mondo dove il lavoro cerca di compensare i danni che stesso produce con qualche strumento di facciata: mentre lo stress e i carichi familiari restano soprattutto un problema “al femminile”, si fa il solito teatrino della conciliazione vita-lavoro. Magari proponendo modelli organizzativi rivoluzionari: più sostenibilità nell’ambiente di lavoro e una cultura che mixi sicurezza, salute e benessere, come se bastasse un’affermazione di buon senso per cambiare la realtà.
In sintesi, il lavoro da incubo si trasforma in un racconto di miracoli incompiuti, con qualche spark di welfare e tanta ipocrisia, mentre la carta dei diritti si consumano sulle scrivanie di chi dovrebbe farli rispettare.



