Fortunatamente, tra una burocrazia lenta e protocolli discutibili, il ragazzo è stato prontamente salvato e trasferito in ospedale con codice giallo. Nel frattempo, la polizia ha ovviamente aperto una pratica per accertare i fatti, immagino con molta solerzia e attenzione.
Non passa neppure un’ora e, come se un semplice gesto di disperazione non fosse abbastanza, altri “ospiti” del centro decidono di accendere la miccia, dando fuoco a qualche materasso. Il risultato? Una densa nube di fumo nero che ha gentilmente ricordato a tutti che l’atmosfera al CPR non è certo quella di un cinque stelle.
I vigili del fuoco di Milano, ogni volta ovviamente chiamati a fare la figura degli eroi in situazioni che evocano più un film di bassa lega che una gestione degna di questo nome, sono intervenuti tempestivamente domando il principio d’incendio e salvando la situazione. Nel frattempo il personale del 118 si è occupato di assicurare che nessuno si sentisse troppo intossicato o troppo distratto.
Un tentativo di suicidio con tanto di intervento d’emergenza
Il tentativo disperato del giovane è avvenuto poco prima delle 17. Sul posto sono giunte le ambulanze e il personale medico con il solito codazzo di sirene rosse e luci lampeggianti, forse più per dare un senso di urgenza a una realtà che di urgente non ha che il disagio umano degli intrappolati. Il ragazzo viene trasferito in ospedale in condizioni definite fuori pericolo – siamo certi che la parola “pericolo” qui abbia un significato assai relativo.
La scintilla del disordine: materassi in fiamme
Un’altra scena da manuale dell’assurdo si svolge poco prima delle 18: alcuni detenuti della struttura decidono di bruciare i materassi usati per dormire, contribuendo così a far alzare un pepato fumo nero sopra quella che dovrebbe essere una “cura” per la loro condizione. Il pomeriggio si tinge, così, di una surreale e fumosa protesta, che obbliga l’intervento di ben tre mezzi antincendio.
Fortunatamente, a differenza del primo episodio, questa volta nessuno è rimasto intossicato. Resta intatto quel senso di inefficienza e sofferenza che si respira in un luogo dove la parola “accoglienza” è evidentemente stata smarrita da tempo in qualche ufficio distante e disattento.
Quando parlare di suicidio diventa un rebus
Parlare di suicidio è un bel guazzabuglio di responsabilità e ipocrisie. Se ti trovi in una situazione disperata, ti ricordano, puoi chiamare il 112 – perché no, niente di più indicativo di una chiamata a un numero unico europeo per un gesto così personale e drammatico. Se conosci qualcuno in crisi, si suggeriscono anche numeri verdi e servizi di ascolto assortiti, disponibili con orari più o meno decenti, a seconda della loro reale volontà di aiutare.
Qui non si tratta solo di numeri o procedure, ma del modo in cui una società decide di gestire chi ha ormai perso ogni barlume di speranza. Tra fuochi improvvisati e tentativi di fuga dalla vita, si staglia l’amara realtà di un sistema che più che proteggere sembra internare vittime di se stesso, dimenticando che dietro ogni numero e ogni protocollo c’è una persona sconfitta.



