Salone del Libro e il ministro Giuli: davvero qualcuno crede che se ne freghi della cultura?

Salone del Libro e il ministro Giuli: davvero qualcuno crede che se ne freghi della cultura?

Gustavo Zagrebelsky, giurista di fama e ex giudice della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana, si cimenta in uno scambio di battute con il vicedirettore de La Stampa, Federico Monga. Il tema? Il ruolo della cultura in tempo di guerra, un argomento delicato e, secondo i più, decisamente fuori tempo massimo. A guarnire il tutto, le ormai celebri polemiche che hanno travolto la Biennale di Venezia, trampolino di lancio per italiani e stranieri alla ricerca di un motivo – o uno scandalo – per farsi notare.

Se pensavate che l’arte fosse un rifugio dalla realtà, vi siete sbagliati. Nel clima infuocato di conflitti e tensioni globali, pare che persino le statue e i video sperimentali debbano schierarsi. Chissà se durante l’intervento di Zagrebelsky qualcuno ha avuto il coraggio di chiedergli se l’estremo sacrificio della cultura di pace non sia altro che un elegante modo per non sporcarsi le mani.

Naturalmente, il dibattito è stato ricco di quelle contraddizioni tipiche che scaldano il cuore agli amanti del paradosso: la cultura combattente impegnata a difendersi dal rischio di apparire troppo neutrale in un tempo dove la neutralità sembra ormai un lusso da intellettuali annoiati.

La Cultura in Guerra: Un’Inutile Virtù o un Ostacolo da Abbracciare?

È davvero affascinante osservare come la cultura, tradizionalmente percepita come faro di civiltà e dialogo, venga ora celebrata come un’arma morale in una guerra che sembra più fatta di slogan che di idee. Zagrebelsky non si è tirato indietro dall’affermare, con quel suo tono grave e pacato, che “la cultura può e deve essere un argine contro la barbarie”. Argine, inutile sottolinearlo, che suona più come una metafora gentile per non dire che è un’attività di facciata figlia dei nostri tempi incapacità di agire concretamente.

Non è forse strano, poi, che proprio in un periodo in cui servirebbero risposte immediate e nette, la risposta culturale si riduca a discorsi accademici, dibattiti elitari e qualche installazione artistica intrisa di simbolismi criptici riservati a pochi eletti?

Biennale di Venezia: Paradigma di un Teatro dell’Assurdo

Non poteva mancare il leitmotiv delle controversie più recenti: la Biennale di Venezia. Meglio nota come il grande palcoscenico dove ogni provocazione trova il suo pubblico, questa kermesse culturale ha saputo trasformarsi in un circo mediatico fatto di polemiche preconfezionate e dichiarazioni che nel 2026 sembrano più rituali che altro.

Federico Monga ha avuto modo di lamentarsi del fatto che “la vetta più alta dell’arte contemporanea rischia di sgretolarsi sotto i colpi di chi pretende da essa una presa di posizione netta e militante”. Come dire: chiediamo all’arte di impegnarsi, ma non troppo, altrimenti perde quel velo di mistero e disimpegno che tanto piace ai collezionisti.

Impossibile non osservare il paradosso: una piattaforma fatta per mostrare innovazione e rottura, ora impantanata nei meccanismi di un moralismo ipocrita che pretende da ogni opera un certificato di “giusta causa”. Nel frattempo, i veri problemi restano sullo sfondo, come quelle pellicole dimenticate in uno scaffale polveroso di un museo qualsiasi.