Da sempre il Regno Unito ha puntato più su titoli di stato a lunga scadenza, i famosi Gilts, invece di buttarsi a capofitto nei T-bills come fanno gli altri paesi del G10. Ma ora la sua Debt Management Office ha alzato il tiro, annunciando piani per aumentare l’emissione di T-bills a 12 mesi, migliorare le strutture di repo su questi titoli e cercare di rendere il mercato secondario più liquido. Insomma, il passaggio dal debito a breve termine usato solo per gestire la cassa al debito a breve più strutturale è in atto.
La settimana scorsa il costo del debito britannico è diventato uno spettacolo da non perdere: i rendimenti del Gilt decennale di riferimento sono schizzati oltre il 5%, un balzo di oltre 10 punti base in un solo giorno. E le scadenze più lunghe, come i titoli a 20 e 30 anni, hanno toccato livelli che non si vedevano da venticinque anni. Un vero e proprio fuoco d’artificio per gli investitori (e un incubo per i contribuenti).
Bilanciare tra risparmio e volatilità
Secondo gli analisti di Goldman Sachs, guidati da George Cole, l’aumento di T-bills – che sono per lo più nelle mani delle banche – potrebbe cambiare il mix del debito britannico, ma con i suoi pro e contro.
George Cole ha spiegato:
«I T-bills aiutano a gestire le fluttuazioni nelle necessità di cassa del governo, ad esempio durante periodi con variazioni stagionali nelle entrate fiscali o urgentissime esigenze di emissione dovute a shock economici imprevisti.»
Capito? Sono praticamente il coltellino svizzero della finanza pubblica britannica. Ma attenzione, perché meno costi degli interessi non vuol dire festa generalizzata. Più T-bills significa anche più volatilità nei finanziamenti, e quindi più incertezza per chi deve pianificare la spesa pubblica. Quel noto compromesso tra risparmio e caos finanziario.
I loro calcoli dicono che portare i T-bills a una quota del 10% del debito totale, abbondantemente sopra l’attuale 3%, potrebbe ridurre i costi di finanziamento di circa 10 punti base all’anno, risparmiando sulla carta 3 miliardi di sterline. Wow, mica male. Peccato però che questo non cambierebbe la sostanza della situazione finanziaria del Regno Unito.
Per farla breve, anche se risparmi qualche soldo qui e là non aspettarti rivoluzioni nel mercato o miracoli per i conti pubblici, perché i rischi di una maggiore volatilità e incertezza restano lì a fare il loro sporco lavoro.
Secondo gli esperti, infatti:
«Il vantaggio medio sul costo degli interessi deve essere sempre bilanciato con i rischi aumentati di volatilità nei finanziamenti e con l’incertezza sulle proiezioni fiscali future.»
Ma scherziamo? Come se avessimo bisogno di altre incognite per complicare le già disastrate finanze britanniche.
Chi compra davvero questi T-bills?
Chi è il fortunato detentore di questi T-bills? Beh, in gran parte sono le banche e le istituzioni finanziarie, che già detengono circa 27 miliardi sterline di un totale di 94 miliardi emessi. In teoria potrebbero acquistare di più, ma sembra preferiscano raffiche più tranquille di Gilts a medio termine.
Quanto alle famiglie britanniche, il loro amore per i T-bills è a dir poco tiepido, viste le alternative più allettanti: Gilts a lungo termine, conti di risparmio, e soprattutto gli ISA esentasse che piacciono tanto ai risparmiatori che vogliono evitare l’odiatissima tassa. E gli investitori stranieri? Beh, dai, non illudiamoci che questi salteranno sul carro dei T-bills in massa.
George Cole si domanda saggiamente:
«La dipendenza da debito a breve termine potrebbe migliorare la credibilità nel mantenere bassa l’inflazione e quindi bassi i tassi di interesse? Non è affatto ovvio che un aumento nell’emissione di T-bills porti a una compressione duratura del premio per il rischio sui Gilts.»
I guardiani del debito sembrano quindi scettici sulla magia dei T-bills. Caso mai vi venga in mente di trattarli come bacchetta magica, ricordate che anche titoli legati all’inflazione, un tempo promessi come baluardi contro la volatilità, si sono rivelati anch’essi volubili nel mare agitato di tassi e inflazione. Insomma, niente scorciatoie per evitare i rischi di tassi più alti e variabili.



