Ah, l’Inter ancora una volta a farci sognare con una doppietta che farebbe invidia anche agli dei del calcio. Solo due nomi in 118 anni di storia nerazzurra riescono in questa impresa degna del più epico degli scenari: Cristian Chivu e… sì, proprio lui, José Mourinho. Il primo, pilastro in campo allora, adesso architetto di questa meraviglia strategica dalla panchina; l’altro, lo Special One che nel glorioso anno del Triplete ha scritto la storia. Nell’epoca di nuovi campionati e di un pallone che gira a ritmi forsennati, ecco il miracolo nerazzurro replicato, quasi per magia.
La Lazio, povera illusa, spiattellata e affondata in soli 35 minuti di finale da una squadra che non ha voluto nemmeno offrire uno spettacolo. Prima, l’autorete di Marusic su un angolo magistralmente calciato dal mancino incantatore Dimarco. Poi il sigillo del solito Lautaro Martinez, aiutato dal silenzioso disastro di Nuno Tavares nel fronteggiare il dilagante Dumfries. Che bellezza vedere come persino un vice-allenatore, Ianni, sostituto dell’assenza per squalifica di Sarri, non potesse far nulla per cambiare la trama già scritta da Chivu. Le sorprese? Neanche a parlarne: gli undici titolari annunciati mantengono la parola e ci regalano uno spettacolo che difficilmente verrà dimenticato.
Assistiamo dall’inizio a una Lazio tutta trincea e speranze riposte nella resistenza tattica, mentre l’Inter danza paziente e metodica nel palleggio, inchiodando le sentinelle biancocelesti come se fossero solo pedine di una scacchiera già disegnata. Il fortino laziale non regge alla doppia mazzata: prima, il volo suicida di Marusic su quell’angolo di Dimarco, poi la dissoluzione totale di Nuno Tavares di fronte alla furia semovente di Dumfries, che offre l’assist perfetto a Lautaro. Magia pura, un uno-due micidiale che getta la Lazio nel dimenticatoio, almeno per questa partita.
Tra i protagonisti di questa disfatta bisogna, neanche troppo sorpresi, segnalare il nulla assoluto della Lazio in attacco: Noslin intrappolato come prigioniero da Akanji, Zaccagni più fantasma che altro, e Isaksen ondivago come uno di quei giocatori che non fanno mai capire se siano scesi in campo o siano ancora in panchina. Nel frattempo, il centrocampo interista funziona come un motore svizzero, con il trio Barella, Sucic e Zielinski a dettare legge, mentre il tandem esterni Dumfries–Dimarco fa impazzire la difesa avversaria, e in attacco Thuram e Lautaro si godono il festival del gol.
La ripresa? Una toccata e fuga. Qualche timido tentativo della Lazio con il destro a lato di poco di Noslin e un intervento acrobatico di Martinez sul subentrato Dia. Nulla di più, perché l’Inter ha già stappato lo champagne e si sta godendo il trionfo. Tra una sciarpa alzata e un coro stonato, si preannuncia un arrivederci più che dignitoso in Supercoppa, con l’unica vera certezza: l’Inter è campione d’Italia in tutto e per tutto, come sempre.



