Irene Zindato insegna Lettere in una scuola media di Grugliasco. Quasi cinquant’anni, una cattedra precaria alle spalle e ben quattro anni – sì, avete letto bene, quattro – per ricevere il bonus «Carta del docente», quei preziosi 500 euro destinati all’aggiornamento professionale, a cui aveva diritto dal 2021. Ha vinto in tribunale, ha stravinto al Tar con un giudizio di ottemperanza. E i soldi? Sono arrivati puntualmente a gennaio 2026, con un ritardo di oltre 60 giorni dall’ultima sentenza. Roba che fa venire un po’ di malinconia. La sua storia fa ben capire che non si tratta di un’eccezione e neppure di un episodio fortuito, ma di un vero e proprio malcostume istituzionale.
Il Tar del Piemonte si sta lentamente trasformando in un giudice-snitch nei confronti del ministero dell’Istruzione: piovono sentenze di ottemperanza che il ministero ignora con la scientifica disinvoltura di un elefante in un negozio di cristalli. Ma non si tratta solo della benemerita Carta del docente; i casi si accumulano, tutti contenenti un comune denominatore: il ministero, pur condannato, preferisce voltarsi dall’altra parte.
Il Tar Piemonte fa sentire la sua voce
Stanco dell’immobilismo rassicurante di Roma, il Tar ha fatto scattare l’allarme grossissimo inviando alla Corte dei Conti del Lazio tutte le sentenze che lo vedono dare ragione agli insegnanti. La motivazione è limpida come un telegramma in codice:
«Inerzia accertata da parte del ministero, inserita in un più ampio contenzioso seriale, con plurime condanne all’Erario rimaste inottemperate, sulle quali maturano interessi legali, penalità di mora e spese di giudizio».
Traduzione? Non sono cavolate di burocrazia o ritardi innocenti, ma un comportamento reiterato, sistematico e calcolato che sta facendo strage dei fondi pubblici. E la vera sorpresa è che, contrariamente a quanto potrebbe pensare il cittadino medio, non sono sosti invisibili a spremere le casse dello Stato, ma piuttosto un ministero che pare più interessato a fare il morto che a pagare i dovuti. Questo sistema di impunità costa caro, e il conto finale lo salda ovviamente il contribuente, ignaro e beffato.
Non solo la Carta del docente: un ventaglio di diritti violati
Per chi pensava che il problema riguardasse soltanto quei cinquecento euro, l’illusione dura poco. Il Tar piemontese sta ricevendo una valanga di ricorsi che coinvolgono argomenti più variegati, dignitosi e stupefacenti nella loro ovvietà – come ferie non godute e non compensate, abuso spudorato di contratti a termine senza la minima prospettiva di stabilizzazione e molto altro. Il quadro è desolante: un ministero che perde puntualmente in tribunale su vari fronti ma che continua a negare l’evidenza e a far finta di niente. E nel frattempo i costi di questi ritardi e inadempienze, oltre agli interessi e alle spese legali, si accumulano con una regolarità che fa quasi invidia alle migliori imprese di recupero crediti.
Quando la giustizia suona il campanello, ma Roma fa orecchie da mercante
Il Tar del Piemonte non ha certo strillato per noia. Lo scorso anno, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente Raffaele Prosperi aveva già allertato tutti su un dato impressionante: 2200 ricorsi di ottemperanza a fronte di “soli” 1390 procedimenti ordinari. Tradotto: gli insegnanti sono diventati i clienti più fedeli del tribunale, perché il ministero preferisce pagare troppo tardi piuttosto che fare il suo dovere. L’appello è stato ripetuto lo scorso anno con un velo di amarezza. L’effetto? Precisamente zero. E quindi, per risvegliare le coscienze addormentate di Roma, si è passati agli atti ufficiali tramite un esposto vero e proprio.
Una patologia nazionale e i pagamenti bloccati
Non illudetevi che questo teatrino si svolga solo nel limitato regno del Piemonte. Gli insegnanti di tutta Italia raccontano storie molto simili: ritardi infiniti, cartacce su cartacce, ricorsi respinti e poi accolti in tribunale, ma con il ministero che ignora bellamente le sentenze. Insomma, un copione replicato più volte, su una scala nazionale. Se altri Tar seguiranno l’esempio piemontese, Roma ritroverà un ospite davvero scomodo: la Corte dei Conti pronta a interrogare chi – tra funzionari e dirigenti – ha deciso di giocare al rallentatore con il denaro pubblico.
Nel frattempo, c’è chi aspetta ancora il dovuto. Ad esempio, un docente citato in una sentenza dello scorso 7 maggio si è dovuto rivolgere al Tar dopo aver vinto il ricorso contro l’«abusiva reiterazione di contratti a termine», ma senza ricevere un centesimo dal ministero. Alla faccia dell’aggiornamento e della giustizia. Se ora la denuncia produrrà qualche movimento, forse quei 500 euro (e molto altro) riusciranno a varcare finalmente i confini della burocrazia.



