Quando l’amore ingenuo dei ragazzini diventa l’ultima spiaggia per salvare i libri dall’oblio

Quando l’amore ingenuo dei ragazzini diventa l’ultima spiaggia per salvare i libri dall’oblio

Il 4 maggio del 1968, proprio il giorno dopo che gli studenti avevano deciso di prendere in mano la situazione occupando la Sorbona e dando il via a quel chiacchieratissimo maggio francese, in Italia usciva «Il mondo salvato dai ragazzini», la prima raccolta poetica di Elsa Morante. Un libro che, come buona parte delle resistenze alla banalità, non si lascia incasellare facilmente: un improbabile miscuglio di poesia, teatro, canzoni e utopia, tutto concentrato sul tema che Morante svilupperà più tardi in forma narrativa ne La Storia. Ossia, il contrasto tra la fame di vivere dei giovani — preziosamente intrisi di quell’ingenuità invincibile di chi crede ancora nel bello — e la «fabbrica della morte» creata dagli adulti, quei cari custodi dell’esistenza, esperti nel trasformare l’innocenza in cenere.

Un’entusiasta élite di «felici pochi»— gli emarginati, se vogliamo chiamarli con il politically correct di turno — si porta dietro il privilegio di assistere allo «spettacolo straordinario» della vita, nonostante tutto. Naturalmente, non poteva mancare la genialata di dedicare proprio questo titolo al Salone del libro di Torino, che si aprirà domani al Lingotto e vivacchierà fino a lunedì. Il trio di parole che domina, “mondo”, “salvezza” e “giovinezza”, promette un viaggio emozionante tra speranza e illusioni letterarie.

Annalena Benini, direttrice del Salone, ha liquidato il tutto con un tocco di filosofia da salotto:

«È un titolo in movimento, un messaggio di speranza.»

L’illustrazione di Gabriella Giandelli accompagna il tutto con una scena quasi da fiaba: ragazzini spuntano tra fiori variopinti, portando con sé quell’energia che dovrebbe far germogliare la vita stessa, un’evocazione a metà tra il sogno e una realtà ufficialmente “normale”.

Il Salone, dunque, parla a una platea giovanile, è vero, ma forse – sorpresa! – mette anche a nudo le nostre ansie da adulti. Quelle contraddizioni tanto amate come ingrediente segreto nel rapporto apparentemente naturale (e invece tormentato) tra ragazzi e lettura. Tra l’altro, i dati non mentono: i “piccoli” leggono più di noi, frequentano più biblioteche e scatenano mode letterarie che fino a poco tempo fa erano un miraggio per noi dei “letterary snobs”. Libri impegnati mica scemenze tipo Follia o Una vita come tante.

Eppure, la tentazione è sempre quella: giudicare male, disprezzare, storcere il naso di fronte alle preferenze di lettura dei giovani che differiscono dalle nostre. Così i lettori forti si sentono superiori, mentre i non lettori si crogiolano nella loro inerzia con tanto di imperativo morale da trasmettere alle nuove leve: leggi come dico io, o ti perdi. Dimenticando completamente che questo è esattamente il meccanismo decritto da Morante come le «stragi continuamente rinnovate contro l’innocenza, la bellezza e la testardaggine della vita a perpetuarsi».

Negli ultimi due anni, ho passato parecchio tempo nelle scuole secondarie, le cosiddette medie e superiori, a discutere di libri. E non sono la sola: tanti scrittori si sono cimentati in questa fatica. La verità, forse ingenua ma genuina, è che ai ragazzi leggere piace. E gradiscono parlare di quello che leggono. Le loro domande? Nemmeno una traccia di pedanteria stilistica o di grammatica, ma un vero e proprio “entrarci dentro”. Lo sguardo aperto e laterale li porta a fare connessioni limpide, spesso brillanti — roba da far impallidire chi si vanta di sapere cosa sia la letteratura.

Puntano al nocciolo della questione: perché il protagonista ha fatto quello che ha fatto? Perché non si è ribellato? Perché è morto qualcuno quando magari non se lo meritava? E allora mi tocca ricordare che, spiace dirlo, nei libri non si trova quel conforto morale che cerchiamo nella vita; la giustizia, la consolazione, sono concetti stranieri al regno narrativo. I ragazzi ci pensano, si arrabbattano un po’, ma alla fine quasi tutti concordano: i romanzi più belli sono quelli che fanno piangere. E indovinate un po’? Hanno proprio ragione.

Tra i più giovani, invece, la domanda più classica è sempre la stessa: ci sarà un seguito? Un’ossessione imposta dalla serialità imperante, certo, ma anche un istinto umano ancestrale, una curiosità senza fine di sapere come va a finire. Quella domanda che, in fondo, è la molla che fa muovere ogni storia e che non dovremmo mai smettere di porci.

Rimane sempre sull’uscio la domanda più importante: quando, esattamente, è nata la passione per… beh, per tutto questo?

La scrittura, quella cosa che mi fa commuovere ogni volta, come se cercasse una conferma universale: ogni buona idea nasce da un desiderio. Chissà se capita a tutti di nutrire sogni così impossibili da sembrare pura follia. In un numero imbarazzante di classi sparse tra scuole e città, ho assistito a un’attenzione e a una vitalità intorno ai libri che sfidano ogni logica. È uno sguardo ingenuo e al contempo profondissimo, come se i libri fossero l’unica via per scalfire una realtà contorta e crudele che continua a negare ogni spiegazione.

Sembrano alla disperata ricerca di risposte, di una verità autentica. Non a caso, torniamo al tema clou di questo Salone del libro, quel miraggio salvifico tanto declamato. Proprio come Elsa Morante che, in un’intervista dell’aprile 1968, giusto prima che uscisse Il mondo salvato, ammetteva con candore l’illusione che ancora esista una possibilità di salvezza.

Elsa Morante said:

«Ho l’illusione che ci sia ancora una possibilità di salvezza. È questa l’illusione in cui vivo, altrimenti oggi rinuncerei alla vita, perché francamente non ne ho tratto alcun piacere».

Non si può che concludere con le sue parole magnificamente drammatiche – il più ambizioso auspicio per qualsiasi ritrovo all’insegna dei libri e degli incontri umani:

«Vivo solo perché spero di poter trasmettere quello che capisco della verità a qualcuno che mi leggerà».

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