“Volevo solo tornare a casa quella maledetta sera, infilarmi sotto le coperte e svegliarmi il giorno dopo come se nulla fosse successo. Invece eccomi qui, a fare il duro con me stesso, cercando disperatamente un senso in qualcosa che senso proprio non ne ha, a mettere insieme i pezzi di un mondo che è crudele quanto prezioso e che mi è rimasto.”
Questa struggente testimonianza proviene dallo studente della Bocconi, accoltellato il 12 ottobre 2025 in Corso Como a Milano per una banconota da 50 euro. Sì, proprio così: una banconota da 50 euro ha mandato in scena questa tragedia. Il testo, profondamente personale, è stato presentato dagli avvocati Luca Degani e Giovanni Azzena come parte integrante del fascicolo giudiziario contro i cinque giovani accusati di tentato omicidio e rapina pluriaggravata in concorso.
Uno studente, tra vite spezzate e sogni infranti, si trova ora a raccontare una quotidianità “estremamente difficile” e un corpo che rifiuta ancora di riconoscere come proprio.
“Sono nato a Milano, ma cresciuto con il mare davanti, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Amo correre, saltare, ballare, fare la verticale, tuffarmi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui muretti, scoprire nuovi posti. Amo viaggiare…”, scrive con un disincanto che solo chi ha visto troppo può permettersi.
Studia Economia dell’Arte in inglese: un corso dedicato a tutto ciò che potrebbe almeno sembrare bello – musica, cinema, quadri e spettacoli. E si definisce “leale, curioso, gentile, appassionato all’inverosimile di qualsiasi cosa la vita mi voglia regalare, tanto bellissima quanto brutta. Mi piaccio così.”
Ma poi arriva il colpo basso: “Continuo a dire ‘sono’ e non ‘erano’ perché non accetto che quelle parti di me siano andate perdute dopo ciò che mi è successo. Sarebbe ingiusto.” Certo, perché perdere pezzi di sé mentre la vita scorre via è la novità più incredibile che ci fosse da raccontare, vero?
“Fino a ieri ero uno di voi. Non ero diverso, camminavo per strada cantando, andavo al parco. Svegliarmi con il sorriso o no non cambiava niente.” Perché – aggiunge con amara lucidità – “nessuno mi aveva avvertito, non un segnale, nessun messaggio: un giorno ti svegli e la tua vita non ti appartiene più.”
Adesso è questo questo ragazzo che parla: “Il ragazzo che correva, saltava e ballava non esiste più, se non nella mia immaginazione e in ciò che questo nuovo corpo riesce a fare. Questo sono io ora. Non l’ho scelto io, non posso cambiarlo. Fa un male cane ogni singolo istante e vivo con il terrore del futuro, ma sono impotente.”
Interessante, no? Non si preoccupa nemmeno di chi ha inferto la coltellata, perché dal momento in cui è stato picchiato nessuno aveva più a cuore la sua incolumità. Un oggetto, un palloncino da scoppiare per divertimento. Facile razionalizzare una follia simile, vero?
Poi arriva la delusione più amara: in mezzo alla violenza non tutti si sono messi a menare, e lui si scaglia contro chi si giustifica dicendo “ero lontano, non potevo fare niente”. Come dire: meglio tacere e far finta di niente. L’amico degli aggressori, invece, avrebbe potuto essere l’unico a cambiare davvero le cose, lanciando un bel “Ragazzi, che fate? Lasciatelo stare!”.
L’appello amaro ai responsabili
Infine, il messaggio diretto e quasi pietoso ai giovani coinvolti: “So che è difficile, ma spero che facciate qualcosa di costruttivo con questo periodo. Abbiate pietà di voi stessi. Non permettete che questo episodio vi definisca per sempre. Non siete perduti. La vita ha ancora tanto da offrirvi. Non smettete di crederci, io sono con voi.”
Il solito finale che sa di buonismo, perfettamente incastrato nel grottesco scenario contemporaneo: giovani bravi a distruggere vite, ma poi pronti a prendersi la lezione su come reinventarsi, come se fosse una domanda di seconda battuta in un quiz già vinto male.



