La silenziosa conquista dei trading desk che nessuno ha chiesto ma tutti osservano

La silenziosa conquista dei trading desk che nessuno ha chiesto ma tutti osservano
Basra Oil Company lavora nel giacimento petrolifero e di gas di Nahr Bin Umar nei sobborghi della città meridionale irachena di Basra il 29 aprile 2026. È incredibile come i colossi del petrolio e del gas riescano a trasformare il caos geopolitico in una gigantesca macchina da soldi, soprattutto con le loro misteriosissime sale di trading, spesso ignorate ma sempre pronte a farle guadagnare fior di miliardi nei momenti di maggiore turbolenza sul mercato.

Le supermajor europee del petrolio, TotalEnergies, Shell e BP, non si sono di certo tirate indietro nel primo trimestre di quest’anno, riportando profitti ben più robusti delle attese. Un vero e proprio show di risultati grazie all’altalenante prezzo del greggio, soprattutto a marzo, quando i mercati dell’energia hanno tenuto tutti col fiato sospeso per la crisi nel vitale stretto di Hormuz, in mezzo alla guerra tra Iran e Stati Uniti.

Le sale di trading del petrolio sono quelle divisioni ultra-specializzate che comprano, vendono e trasportano petrolio e gas fisici, gestendo al contempo i rischi di prezzo. Praticano quella che piace chiamare “diversificazione” dei ricavi, ovvero cercare di mettere le mani su introiti aggiuntivi al di là della semplice produzione. Ovviamente, i dettagli sui profitti di queste unità sono un segreto di Stato, perché dichiarare troppo potrebbe far storcere il naso al pubblico o ai regolatori.

Non si tratta solo di affari facili: il trading può generare profitti costanti ma anche infondere volatilità e creare un vero e proprio incubo nella gestione della liquidità.

Clark Williams-Derry, analista finanziario dell’IEEFA, sintetizza magistralmente:

“Il trading può essere una fonte di guadagno a lungo termine, ma è anche capace di creare problemi con la gestione dei flussi di cassa.”

Il CEO di TotalEnergies, Patrick Pouyanné, non ha mancato di evidenziare una “performance notevole” nel trading di petrolio greggio e prodotti petroliferi a marzo, con un utile netto trimestrale che ha balzato a 5,4 miliardi di dollari, un +29% su base annua. Da non meno spettacolare, Shell ha sottolineato “contributi significativamente più alti dalla negoziazione e dall’ottimizzazione”, mentre BP ha definito “eccezionali” i risultati del suo trading con il petrolio.

I numeri spiegano facilmente il perché: Shell ha incassato nel primo trimestre 6,92 miliardi di dollari di utili rettificati, contro i 5,58 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente; BP ha più che raddoppiato il suo utile netto portandolo a 3,2 miliardi.

Il tutto mentre altri protagonisti del settore restano a bocca asciutta, aggrappati a modelli di business più tradizionali, forse un po’ meno rentabili in un mondo che ama il caos più del silenzio.

Maurizio Carulli, analista azionario di Quilter Cheviot Investment Management, commenta:

“È importante sottolineare che queste grandi compagnie praticano il trading supportato da idrocarburi prodotti o di cui hanno disponibilità fisica. Possono spostare fisicamente quei idrocarburi sul pianeta tramite navi e terminal che possiedono o di cui hanno il controllo contrattuale. In altre parole, non è semplice speculazione finanziaria, ma una attività concreta e a lungo termine.”

Insomma, niente scommesse a caso sulle oscillazioni di prezzo, ma logiche aziendali sostenute da possedimenti tangibili. E, badate bene, gli Stati Uniti potrebbero presto svegliarsi dal loro torpore e mettere in piedi qualche mega unità di trading pure loro, specialmente data la graduale erosione dell’influenza dell’OPEC e l’ascesa del mercato americano nel settore petrolifero.

Il trading prospera nei momenti di crisi, e l’Europa ringrazia

Le unità di trading di TotalEnergies, Shell e BP sono stimate aver generato tra i 3,3 e i 4,75 miliardi di dollari in più solo nel primo trimestre rispetto all’ultimo trimestre del 2025, come riportato dal Financial Times. Un risultato straordinario che mette luce su una differenza transatlantica poco dibattuta ma molto concreta: le tre grandi compagnie europee detengono un vantaggio competitivo raro nei confronti dei giganti statunitensi, notoriamente più avanti nella produzione ma meno avanti nelle abilità di trading.

Il direttore della ricerca azionaria di Morningstar, Allen Good, conferma candidamente:

“È ben noto che avere grandi organizzazioni di trading ha aiutato le compagnie petrolifere europee integrate a distanziarsi dai concorrenti americani come Exxon Mobil e Chevron. In momenti di grande volatilità, come nel 2022 con l’invasione russa in Ucraina o quest’anno con la guerra fra Stati Uniti e Iran, le società europee dimostrano una resilienza e una capacità di guadagno maggiori attraverso le loro unità di trading.”

Pare che mentre il petrolio fa i suoi sali e scendi vertiginosi, siano sempre le sale di trading in Europa a ballare per prime il valzer dei miliardi, lasciando il pubblico a chiedersi come mai nessuno ne parli più di tanto. Ma non preoccupatevi, è tutto legale, anzi, è il nuovo modo di fare affari tra le grandi compagnie del black gold.

Ah, le grandi compagnie petrolifere, quei campioni della stabilità finanziaria che, tra un pozzo di petrolio e l’altro, si dilettano anche nel trading. Non si tratta certo di una novità che queste aziende abbiano escogitato modi alternativi per gonfiare i profitti, ma pare proprio che il trading sia diventato la loro gallina dalle uova d’oro, soprattutto in tempi di volatilità sui prezzi delle materie prime. Come se non bastasse arricchirsi vendendo petrolio, ora si cimentano anche in quel fantastico sport che è il “comprare basso, vendere alto” del mercato, e indovinate? Funziona meglio quando i prezzi vanno su e giù come sulle montagne russe.

Good, esperto di settore, ha confidato a CNBC via email che «il trading prospera soprattutto nei momenti di volatilità», il che suona come il classico: “predichiamo calma ma speriamo nel caos”. Aggiunge poi, forse un po’ modestamente, che il contributo reale del trading è piuttosto irregolare e che i mercati non sempre riconoscono il suo valore effettivo. Ma non fatevi illusioni: la maggior parte delle compagnie stima che il trading aggiunga qualche punto percentuale in più ai ritorni sul capitale lungo il ciclo economico. Se non fosse bello, non lo farebbero, giusto?

In particolare, BP si vanta di avere una delle attività di trading più spietate al mondo, con oltre 2.000 addetti che servono ben 12.000 clienti in più di 140 paesi. Insomma, un esercito di operatori pronti a far soldi ovunque ci sia un’oscillazione di prezzo.

Una spada a doppio taglio

Dan Coatsworth, responsabile mercati di AJ Bell, ci illumina dicendo che i desk di trading delle “Big Oil” sono finiti sotto i riflettori proprio perché hanno gonfiato i risultati trimestrali. La spiegazione è semplice: le grandi oscillazioni nei prezzi creano più opportunità di fare soldi. Da marzo in poi, i prezzi del petrolio e del gas hanno ballato abbastanza da tenere svegli anche i trader più abituati va detto. Certo, in tempi più «calmi» questi guadagni da trading si mettono in seconda fila rispetto ai profitti delle attività principali, ma sono sempre una bella ciliegina sulla torta.

Giusto per contestualizzare, ai distributori Chevron e Shell in California, il prezzo della benzina supera i 6 dollari al gallone. Roba da svenire al solo pensiero di fare il pieno. Ma stranamente, proprio mentre i profitti da trading esplodono, qualcuno ricorda che tutto ciò non è uno specchietto per le allodole permanente.

Alastair Syme, capo della ricerca energetica globale di Citi, avverte saggiamente che non bisognerebbe prendere i picchi di volatilità di un solo mese come rappresentativi del nuovo modello di business. Insomma, il trading è lì per dare una mano all’attività principale, non per sostituirla. Il loro vero lavoro è fornire carburante, che piaccia o no, e se guadagnassero cifre esorbitanti con la speculazione mentre le pompe si svuotano, sarebbe un disastro politico degno di uno scandalo mondiale.

Syme aggiunge con la delicatezza di un politico sotto torchio: «Se avessero fatto un sacco di soldi dal trading mentre mancava benzina, sarebbe un problema enorme. Quindi, anche nel secondo trimestre, non aspettatevi che riescano a mantenere i margini alti solo grazie alla compravendita speculativa.»

Se tutto questo giro d’affari potesse passare inosservato nei bilanci delle grandi compagnie petrolifere, la realtà è un po’ più complicata: basti pensare che le supermajor hanno dovuto contrarre debiti a breve termine e ridurre le riserve di liquidità nel primo trimestre. Probabilmente, il trading non è solo una fonte di profitto, ma anche un gioco d’azzardo che può mettere in seria difficoltà la gestione dei flussi di cassa, soprattutto quando il mercato impazzisce.

Clark Williams-Derry, analista presso un think tank energetico, ricorda che sebbene i profitti dall’attività principale abbiano vacillato, il lato trading ha spinto le compagnie a indebitarsi di più. Tradotto: più si avventurano nel terreno del trading, più rischiano di ritrovarsi con le casse meno piene e le tasche piene di promesse da mantenere.

Insomma, la storia è sempre la stessa: il trading è una lama a doppio taglio che può far guadagnare montagne di soldi, ma rischia anche di affondare la nave in acque tempestose. Un capolavoro di equilibrio, degno delle migliori tragedie greche, ma giocato a colpi di petrolio e speculazione finanziaria.

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