Emma Dante e la sua opera filantropica: perché il teatro non è roba per chi cerca solo divertimento

Emma Dante e la sua opera filantropica: perché il teatro non è roba per chi cerca solo divertimento
Emma Dante sostiene che la sua vita non sia altro che un costante susseguirsi di momenti convulsi, sia per quanto riguarda le emozioni sia il coinvolgimento. «Lavoro sempre a cose belle contemporaneamente. Naturalmente debutti e premi mi danno gioia, ma entusiasmo ne ho sempre».

Emma Dante è abituata a moltiplicare i ruoli senza lasciarsi sopraffare. Attualmente è in prova al Teatro dell’Opera di Roma per il debutto del 19 maggio di Tancredi di Rossini, con sul podio il direttore Michele Mariotti e protagonista il controtenore Carlo Vistoli, uno dei nomi più in voga nel panorama mondiale.

Un’originalità degna di nota: Tancredi fu composto per una voce femminile, un contralto, ma a Roma per la prima volta il ruolo sarà interpretato da un uomo. Per Emma Dante, ovviamente, nessuna novità sconvolgente: «Mai avuto problemi con la definizione di genere. Il ruolo è maschile, un eroe reduce dall’esilio e dalle battaglie. Vistoli è un artista dotato di una sensibilità fuori dal comune. Mi sono divertita a lavorare con lui, ha una grazia incredibile».

Curiosamente, tra i due finali disponibili, uno felice e l’altro tragico, è stato scelto proprio il secondo.

Emma Dante ha spiegato:

«Il finale tragico è infinitamente più bello. La decisione è stata del direttore d’orchestra, ma condivisa in pieno da me. La morte di Tancredi è una delle arie più intense mai scritte».

Lo spettacolo è solo il primo atto di un’estate indaffarata: il 12 giugno, infatti, al Biennale Teatro riceverà il Leone d’oro alla carriera, seguito il giorno dopo dalla prima mondiale di I fantasmi di Basile. Quei fantasmi, per lei, sono molto più che semplici figure immaginarie: rappresentano la sua famiglia allargata, intrisa di quell’ironia pungente che li rende non solo simpatici, ma vicini a chiunque sappia apprezzare il lato crudele della realtà.

Emma Dante confessa: «Non sono facili, sono soli e disperati, per questo li amo profondamente».

Non a caso, il tema scelto dal direttore Willem Dafoe per il Biennale Teatro 2026 è “Alter-NATIVE”, ovvero qualcosa che si distacchi dalla normalità persino nel rapporto con la morte.

Un teatro per gli ultimi (e chi se ne importa del coro)

È noto che Emma Dante abbia uno sguardo privilegiato sugli ultimi della società. Ma cosa rende questi ultimi così vicini alla sua arte?

Emma Dante risponde con un’irrefrenabile sincerità: «Mi viene naturale parlare degli ultimi. Non è uno sforzo. Non porto un teatro di intrattenimento; anzi, adoro quei corto-circuiti che fanno saltare i tabù. Ho sempre avuto una passione per chi rompe gli schemi e denuncia pregiudizi, anche se questo non piace al coro sociale. Io lascio sempre aperte quelle questioni che fanno paura perché sconosciute. Ma sapete qual è il bello? È proprio il teatro a farmi avvicinare a loro».

Basile, la verità senza filtri

Giambattista Basile con le sue favole secentesche, tanto realistiche da frastornare, è uno degli autori più amati e indagati da Emma Dante. Ma perché questa fascinazione smisurata?

Lei spiega con tono da innamorata: «Mi sono follemente innamorata di Basile fin dal 2017, quando portai in scena per la prima volta La Scortecata. Il suo mondo mi attrae profondamente: un autore di corte, scrittore da passatempo, ma anche inventore di visioni, grazie a un linguaggio che è magia pura ma anche concreto realismo. Le sue fiabe sono politicamente scorrette, traboccano di poesia ma anche di parolacce. Quel che amo di più è la verità brutale e genuina che esprimono».

Quale posto migliore di Venezia per ospitare questo universo così vivido? «Durante una festa dedicata a me, era doveroso portare con me i miei ‘parenti’ più cari: personaggi come La Scortecata, Festa dei morti e Re Chicchinella formano un compendio perfetto, una vera e propria famiglia allargata».

Una tribù d’arte collaudata

Nel clan di Emma Dante figurano anche i suoi attori-autori, un gruppo affiatato e con un linguaggio condiviso. «Sono sempre gli stessi, abbiamo codici espressivi e un alfabeto comune. Sanno esattamente qual è la meta che voglio raggiungere. Fanno proposte, osano, talvolta inciampano, ma è proprio dagli errori che emerge la verità».

La polemica sul Padiglione russo a Biennale Arte

Infine, a proposito delle controversie sollevate dall’apertura del Padiglione russo a Biennale Arte, Emma Dante si mostra irremovibile.

Emma Dante ha detto:

«L’arte deve essere universale, aperta a chiunque. La chiusura non è mai stata la soluzione. Credo profondamente nell’espressione libera. Personalmente, penso che Buttafuoco abbia colto nel segno».

Tre film, un romanzo e stop. Che il cinema abbia smesso da tempo di interessargli? «Mi piacerebbe girarne un altro, ma devo sentire un’urgenza così forte da scuotermi davvero. Il teatro, invece, è un gioco da ragazzi rispetto alla macchina infernale del cinema con i suoi ingranaggi complicatissimi. Ah, e quel romanzo? L’ho scritto giusto per servizio, legato a un film. D’altronde, non ne scriverò più», ci dice con quella serafica rassegnazione di chi sembra l’ultimo maestro del disinteresse professionale.

E poi ovviamente c’è la sacra normalità: il ritorno a casa per l’abbraccio di suo figlio. «Mio figlio è la mia vita, una gioia che rende alto ogni fatica. Il teatro mi ruba tutto, mi consuma, mi dilania, ma poi sapermi aspettato da lui mi fa respirare davvero», confessa, come se ciò potesse in qualche modo giustificare tutto quell’auto-sacrificio inscenato sulle tavole del palcoscenico.

Palermo è la sua culla, ma ora vive a Roma. Gli manca quella Sicilia di tutti i giorni? «Palermo è un caleidoscopio di personalità: rude, chiassosa, sfacciata eppure incredibilmente affascinante. Una città che nel tempo ha accumulato stratificazioni culturali e dominazioni, conferendole una nobiltà nascosta, quasi snob, che la rende sofisticata. Ingombrante nella sua identità forte come un pugno nello stomaco. Una fucina di talenti ereditari. Io? Mi sento uno di loro. Se fossi nata altrove nessuno mi chiederebbe della mia città, ma di Palermo, Napoli o Genova sì, forse perché il mare fa da muscolo agli animi». Quasi quasi la vogliamo ringraziare per averci regalato questa sublime riflessione geografica col sapore di autobiografia marittima.

Alla domanda su come venga accolto in Francia rispetto all’Italia, il tono si fa decisamente pepato: «In Italia molti trovano il mio teatro troppo espressivo, quasi eccessivo. In Francia, invece, adorano questa brutalità, questa scostumatezza schietta che rappresenta il vero sapore del mio lavoro». Tradotto: mentre a casa nostra ti guardano come un pazzo appena esci dalla comfort zone del buon senso teatrale, in Francia sei una star indomabile. Che consolazione. O forse no.

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