Biennale Arte di Venezia non si ammirano solo opere ma anche la serrata di circa venti padiglioni nazionali, sparsi tra i Giardini e l’Arsenale. La protesta, gentile ma ferma, è stata organizzata da un collettivo che si presenta con un nome che promette davvero: Art Not Genocide Alliance (Anga). Perché nulla dice “pace e bellezza” come un blocco totale di una manifestazione artistica internazionale.
Il canale Telegram dall’altisonante nome “Global Project” ha prontamente annunciato l’iniziativa così: decine di padiglioni restano chiusi per uno “sciopero” delle lavoratrici e dei lavoratori della cultura, che vogliono apertamente contestare la presenza del padiglione israeliano e, chissà, anche il “genocidio ancora in corso in Palestina”, frase che suona tanto come una sentenza definitiva quanto come l’apertura di un dibattito senza sfumature.
La chiusura, dunque, non è casuale o casuale, ma coincide perfettamente con la manifestazione pomeridiana prevista per le 16:30. Partenza da via Garibaldi, con una meta “simbolica”: il padiglione israeliano all’Arsenale. Tutto ciò non solo “contro il genocidio”, ma anche contro la “militarizzazione dell’economia”. Non dimentichiamo poi la standardizzata dichiarazione di solidarietà con gli attivisti della cosiddetta Global Sumud Flotilla, Thiago e Saif, attualmente detenuti in Israele. Insomma, il pacifismo ai tempi della Biennale si veste di slogan internazionali con l’eleganza di uno sciopero di venti padiglioni chiusi.
Ecco allora la sfilza trionfale dei 20 padiglioni che si sono “facilmente” convinti a partecipare al gesto simbolico: Austria, Belgio, Egitto, Lituania, Catalogna, Lussemburgo, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Turchia, Finlandia, Olanda, Irlanda, Qatar, Malta, Cipro, Ecuador, Regno Unito e chi non poteva mancare: le Arti Applicate. Un cartello quasi più eterogeneo di una lista della spesa, dove a dominare è il comune seme della solidarietà con cause lontane e complesse con cui forse conviene prendersela durante un evento artistico, perché le riflessioni pacate sono così vintage.
Così, intanto che gli amanti dell’arte si trovano metà della Biennale chiusa per un giorno, si compie l’ennesima lenta danza di chi usa spazi culturali per trasformarli in palcoscenici di una guerra mediatica a colpi di hashtag e gesti di protesta. Tutto molto politically correct, ovviamente, e naturalmente con la convinzione che chiudere ponti culturali sia il metodo più proficuo per discutere di diritti umani, pace e giustizia internazionale. In ogni caso, complimenti a tutti: un vero capolavoro di coerenza e di strategia.



