Quando Trump sogna di bombardare l’Iran ma resta a mani vuote senza bombe né appoggi sauditi

Quando Trump sogna di bombardare l’Iran ma resta a mani vuote senza bombe né appoggi sauditi

La tanto celebrata missione Project Freedom si è sciolta come neve al sole in appena due giorni. Un guizzo improvviso nei negoziati tra Stati Uniti e Iran ha trasformato l’intera operazione in un inutile esercizio di forza, perché ora il mantra è “riapriamo lo stretto di Hormuz” con la diplomazia, non con le cannonate. Naturalmente, nei raffinati media del Golfo il copione cambia radicalmente, trasformando Washington da protagonista a recalcitrante spettatore costretto ad ammainare la bandiera. Ecco dunque tre “sorprendenti” elementi che vi spiegheranno come gli Stati Uniti siano stati gentilmente invitati a tornarsene a casa, a mani vuote.

Primo elemento da applausi: Arabia Saudita, orgogliosa quanto d’ostacolo, ha rifiutato di mettere a disposizione le sue basi militari. Quel gioiello di ospitalità, secondo fonti locali (oh, non semplici pettegolezzi), è stato poi candidamente confermato da media a stelle e strisce come la Nbc. Un netto “no grazie” all’alleato di ferro americano, che fa capire bene chi comanda davvero nella regione.

Il secondo ingrediente di questo pasticcio? Il festoso scontro tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Due amici del cuore che si lanciano accuse da imbestiati: da una parte gli emiratini insinuano che un raid saudita, camuffato da operazione iraniana, abbia colpito porto e raffineria di Fujeirah. Dall’altra, sempre i sauditi rispondono che gli attacchi subiti erano false flag orchestrate dai loro vicini emiratini, infilati nella veste dell’odiato Iran. Insomma, un clima di pace e cooperazione degno di un reality show.

Il buco nero delle alleanze nel Golfo

La frattura tra Riad e Abu Dhabi si è trasformata da semplice spaccatura in un canyon da Guinness dei primati. Chi se ne importa se la stabilità regionale è ormai un miraggio? Dopotutto, l’Arabia Saudita è un colosso da due milioni di chilometri quadrati e 35 milioni di abitanti, mentre gli Emirati sono poco più che città-stato, con meno di un milione di autoctoni e una costa teatro quotidiano di battaglie a colpi di droni, missili e barchini iraniani. Complimenti al Pentagono, che dopo aver provato senza successo a piegare i temibili Pasdaran, ha invece contribuito a generare un terremoto geopolitico.

Il brillante analista di origini persiane Trita Parsi ci regala il parallelo del secolo: se la Seconda guerra del Golfo con gli Stati Uniti aveva visto una vittoria militare lampo ma una sconfitta politica, la Terza — quella che stiamo vivendo — è un capolavoro strategico iraniano. Gli USA non solo non hanno raccolto neppure una vittoria militare, anzi, l’Iran li ha umiliati servendosi di una micidiale sinergia fra tecnologia d’avanguardia e geografia politica.

Senza munizioni e senza basi: il bluff americano

La guerra, diciamo pure, non è terminata nel giro di un weekend. Ma un’avvertenza per l’ex presidente Donald Trump: la sceneggiata non si può ripetere a cuor leggero. Come rivelato addirittura dal decano dei corrispondenti regionali, Georges Malbrunot, gli stati Uniti hanno confessato agli alleati di essere a corto di munizioni per ulteriori attacchi all’Iran, e di avere bisogno di un “po’ di tempo” per ricostituire le scorte. Senza bombe e senza la preziosa (almeno sulla carta) profondità strategica garantita dall’alleato saudita, il tanto evocato scontro finale si rivela pura aria fritta.

Insomma, quel colosso militare che si vantava di dominare il mondo si ritrova incastrato in una doppia scacco matto: diviso dentro dalle rivalità interne alle sue pedine storiche e umiliato da un avversario che, invece, gioca la partita con cervello e tenacia. Una lezione, questa, che forse dovrebbe far riflettere chi crede ancora nella superiorità militare come panacea di tutti i mali.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!