Ranucci Nordio si umilia in diretta: offro cenere e inchini per la figuraccia colossale

Ranucci Nordio si umilia in diretta: offro cenere e inchini per la figuraccia colossale

«Sono stato additato come il ciarlatano della situazione per aver diffuso una notizia “non verificata”. E cosa caspita avrei detto? Ho semplicemente affermato: “Stiamo seguendo una soffiata fresca di stampa, secondo cui una fonte anonima avrebbe beccato Nordio ai primi di marzo in Uruguay, precisamente nel ranch di Cipriani. Stiamo ancora controllando, quindi prendete tutto con le pinze”. Probabilmente ho esagerato, me ne assumo la colpa, mi cospargo di cenere la testa. Però, notate bene, non ho diffuso bugie, ho solo detto che “stiamo verificando”. C’è una bella differenza, vero?»

Con questa perla di saggezza, in tutta la sua trasparenza, Sigfrido Ranucci si è preso la scena nella puntata di Report domenica 3 maggio, dove ha fatto il mea culpa e si è sforzato di far capire da che parte stava. Il nostro eroe della verità, dopo essersi difeso dalla pioggia di critiche, ha poi spiegato ai telespettatori durante la trasmissione È sempre Cartabianca su Rete4, condotta da Bianca Berlinguer, che il ministro Nordio è così “appassionato di giustizia” che potrebbe pure querelarlo per danni. Scommettiamo che non si daranno la mano al bar?

Non contento di questo siparietto, il conduttore ha subito rincarato la dose, dichiarando:

«Se mai il ministro dovesse decidere di denunciarmi, premetto che non coinvolgerò l’azienda – che, guarda un po’, gestisce soldi pubblici – in questa faccenda. Tutto il giudizio lo affronterò col mio portafoglio, da solo.»

Quando la verifica delle informazioni diventa un optional

Che “stiamo verificando” sia diventata la scusa canonica per lanciare voci senza alcun criterio è ormai una costante della nostra epoca di fake news legalizzate. Insomma, basta una scintilla, un pettegolezzo sussurrato da “fonti anonime” – il misterioso grimaldello del giornalismo moderno – e il gioco è fatto: ecco servita una notizia “imminente” che non è ancora nemmeno nata, ma già fa rumore.

È un po’ come giocare alla roulette russa dell’informazione, dove l’unico rischio è il discredito e l’unica vittima certa la verità. Ma hey, nulla di cui preoccuparsi, il buon Ranucci è pronto a pagare di tasca propria, come un nobile cavaliere della carta stampata. Bravi tutti, applausi, però magari la prossima volta controlliamo meglio, no?

Giustizia: tra minacce di querele e cinguettii mediatici

Il ministro della Giustizia Nordio, con la calma di chi sta per scatenare un uragano legale, è pronto a trasformare una semplice insinuazione in un caso giudiziario, perché nulla dice “efficienza” come buttarsi in causa persino per una supposizione mai confermata.

È evidente che nel nostro paese l’arte di chiamarsi fuori da certi giochi non conosce crisi, e l’attenzione mediatica si incendia con il fumo di accuse e smentite senza che nessuno si preoccupi minimamente di capire che cosa stia realmente succedendo. Intanto, i telespettatori rimangono incantati dallo spettacolo tragicomico della politica che accusa, del giornalismo che balbetta e dei litigi da cortile che finiscono sui media nazionali.

Insomma, più che un duello sulla verità, sembra di assistere a un reality show, con protagonisti emozionati che si picchiano a suon di dichiarazioni e querele pronte all’uso, sotto gli occhi di un pubblico sempre più abituato a confondere il rumore con il contenuto.

Il giornalismo o l’arte del “forse” con grande enfasi

Non serve essere detective per capire che, in questi casi, l’espressione “stiamo verificando” è diventata un debole paravento dietro cui nascondere la mancanza di prove. Eppure, in un paese normale, il giornalismo dovrebbe basarsi su fatti concreti, non su pettegolezzi raccolti al volo e rilanciati con un minimo di spavalderia.

Ma forse siamo troppo romantici a desiderare una comunicazione pulita, senza il bisogno di trasformare ogni notizia in una soap opera giudiziaria, dove la verità è solo una pedina incerta sul tavolo del potere. E così, tra un “forse” e un “stiamo indagando”, la trasparenza diventa solo un racconto in cui tutti sembrano innocentemente colpevoli.

In conclusione, lasciamo a Sigfrido Ranucci il compito di mettere mano al portafoglio e di sperare che in tribunale si possa discutere soprattutto di fatti concreti, invece che di voci raccolte al bar o di quiz mediatici sulla veridicità delle informazioni. Noi spettatori, nel frattempo, ci godiamo lo spettacolo, con un pizzico di scetticismo e quel briciolo di ironia che serve a digerire questo clima surreale.

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