Manzini scopre l’acqua calda: Shakespeare è il padre spirituale di tutti noi contemporanei

Manzini scopre l’acqua calda: Shakespeare è il padre spirituale di tutti noi contemporanei

«Dopo Shakespeare, dire che fai lo scrittore dovrebbe metterti in imbarazzo». Detto così, sembra la classica affermazione da intellettuale a fasi alterne, eppure quando a pronunciarla è Antonio Manzini, tra i più rinomati scrittori italiani, un’attimo di riflessione è inevitabile. Il nostro eroe si è presentato ieri al terzo appuntamento del Tuttolibri Club, quel raduno per appassionati di lettura benedetto da La Stampa, deciso a scuotere le menti con un classico teatrale. Dimenticatevi i soliti romanzi storici, stavolta il copione è Il mercante di Venezia di William Shakespeare, portato in scena per chi non ama le lezioni noiose: «La cosa più contemporanea che si possa leggere», ha strombazzato Manzini, eliminando qualsiasi residuo accademico con la delicatezza di un elefante in cristalleria.

Secondo il nostro, chi scrive ha Shakespeare fra i geni tutelari e negarlo è semplice menzogna. Basta guardare un film per scoprire che ogni trama nasconde un figlio che torna per uccidere il padre à la Amleto, figure impulsive come Falstaff o mariti tormentati come Macbeth con mogli da manuale della peste. Immaginazione e apparenza sono i leitmotiv della sua riflessione davanti al pubblico del Circolo dei Lettori di Torino, due facce di una stessa medaglia che il teatro elisabettiano ha infilato nel cuore della sua produzione.

Manzini coglie l’occasione per ricordarci quanto il teatro, a differenza della narrativa, richieda al lettore uno sforzo quasi sovrumano: non solo l’immaginazione deve riempire paesaggi e personaggi, ma addirittura si esige una regia interna personale. «Se nella narrativa ci metti il 30% del lavoro mentale, qui sali minimo al 50%», spiega, sghignazzando: «Ecco perché ho deciso di portare questo testo in un club di lettura, tanto per rompere un po’ le scatole.»

La prima vera rottura teatrale

E cosa dire de Il mercante di Venezia? Non una semplice commedia, né un dramma puro, ma quella che Manzini definisce una «commedia problematica» o «tragicommedia»: un incrocio rivoluzionario di generi, mai visto prima nel teatro umano. Questa, ci informa, è stata «la prima vera rottura teatrale e narrativa della storia». Shakespeare non si limitava a raccontare, ma sconvolgeva le certezze del suo tempo con un’opera in bilico su un filo sottilissimo, creando personaggi tridimensionali – e talvolta pure quadrimensionali, per i più audaci – proprio come il teatro moderno.

Fra aneddoti storici coloriti, Manzini svela l’ispirazione italiana di Shakespeare: due testi nostrani, una novella di Giovanni Fiorentino e il più celebre Decamerone di Boccaccio. «Elisabetta voleva un testo antisemita, ma lui era Shakespeare», puntualizza con sarcasmo, passando poi a decantare la certezza che il dramma elisabettiano è un gioco di apparenze e ambiguità senza risposte definitive.

“Gli elementi non si fermano a due dimensioni, vanno oltre. Ogni affermazione si rimescola e viene messa in dubbio.” Per chi sente odore di presunzione, Manzini svela il suo rapporto non sempre idilliaco con la drammaturgia: «Pensavo di essere un bravo drammaturgo, poi, sorpresa, no. Il mio primo libro era un monologo, poi è diventato Sangue marcio. Da allora ho scritto altre due opere, una forse vedrà la luce in scena il prossimo anno; l’altra è passata inosservata. È difficile condensare idee precise solo con il dialogo e in poco tempo. Io ci ho provato e ho perso.»

Personaggi acciaccati e lettori fedeli

Nella successiva parentesi sui personaggi shakespeariani, Manzini rivela la sua verità nascosta: «Tutti noi scrittori abbiamo personaggi malmessi, acciaccati, come quelli di Shakespeare. Se no, arriveresti a pagina dieci e via, che noia! Anche il mio Rocco Schiavone è un accumulo di acciacchi.»

La platea, ovviamente, è un mix di fedelissimi ammiratori del nostro autore e di qualche intraprendente curiosone armato di copia del testo o di memorie teatrali più o meno fresche: «L’ho visto anni fa al teatro Carignano», spiega qualcuno con l’aria di chi conosce la materia. Tra battute ironiche e commenti seri, l’opera e i suoi temi emergono in tutta la loro controversa attualità: razzismo, minoranze, e un paio di relazioni bisessuali alla luce del sole, roba che per il XVI secolo era un bel tabù.

Cinzia apprezza «l’ironia pungente e la complessità della relazione tra Bassanio e Antonio», mentre Tiziana riscopre con gusto «la bisessualità nascosta e l’astuzia di Porzia». Fulvio, più pragmatico, confessa: «L’ho trovato più attuale di quanto si pensi», salvo ricevere il commento ironico della vicina Federica: «Sono sempre le donne a mettere tutto a posto, come Porzia che risolve ogni casino. Intelligenti loro, sempre.»

Antonio, invece, conquista i cuori per la sua dedizione senza riserve: «Per salvare il suo amico, si sacrifica. Punto».

L’incontro si chiude con applausi più che meritati e una sessione di firmacopie immancabile per i fan. E nel calendario di questo giorno di grazia, si annunciano due appuntamenti online con Manzini, per continuare a spremere le meningi dal 20 al 27 aprile, dalle 18:30 alle 20:30. Per chi ama le emozioni forti, invece, il futuro del Circolo dei Lettori si tinge di un altro capolavoro, quello del 9 maggio, quando toccherà a Luca Ricci leggere Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver. Chissà se il buon Manzini l’avrebbe definito un padre futuro della letteratura contemporanea…

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