Che sorpresa! Il Torino, quella squadra che per tradizione dovrebbe soffrire in extremis per non cadere negli inferi della Serie B, improvvisamente si riscopre solidissima e capace di battere il Verona 2-1 nel sontuoso teatro dell’Olimpico Grande Torino. Un risultato che, guarda un po’, avvicina i granata a quella tanto sospirata salvezza, fino a poco tempo fa solo un miraggio degno di un romanzo fantasy.
La partita si sblocca subito grazie a Simeone, che non perde tempo e inchioda il vantaggio già nei primi minuti. Poi, come in ogni commedia calcistica che si rispetti, arriva il pareggio degli scaligeri a ribadire che nulla è mai facile per questa squadra. Ma nel secondo tempo arriva la zampata decisiva di Casadei, perché un gol del genere non può che essere frutto di spirito di sacrificio e qualche magia sotto le stelle torinesi.
Tre punti preziosissimi che allontanano il pericolo retrocessione, quel mostro nero che ogni anno sembra pronto a divorare le speranze granata. E chi avrebbe mai detto che l’arrivo di D’Aversa – nome che circolava con scetticismo tra i tifosi – avrebbe portato un po’ di sale in zucca a questa banda di smarriti? Più rigore nelle scelte, più equilibrio difensivo, e voilà: una squadra che torna a camminare con passo deciso anziché zoppicare a caso.
Ma non illudiamoci troppo. Ogni tanto, la sorte decide di dare una mano. Il problema è sempre riuscire a mantenere questa continuità, perché la normalità è solo un ricordo lontano nei cuori granata. Probabilmente serve una laurea in pazienza per tifare Torino, dove ogni vittoria sembra più una missione impossibile.
Nel frattempo, il commento di un tifoso d’altri tempi, Giuseppe Culicchia, scrittore e voce appassionata dei granata, ci fa capire che dietro queste vittorie c’è ben più di fortuna: c’è un ritorno all’identità che sembrava smarrita tra mille contraddizioni e scelte discutibili.
Il Torino tra concretezza e vecchie abitudini
Insomma, se D’Aversa è riuscito a infondere un poco di ordine in quella che sembrava una squadra disperata, c’è da chiedersi come abbia fatto. La risposta è quasi banale: serve meno improvvisazione e più senso pratico, qualità che per anni sono state considerate optional in casa granata.
Quando il calcio si trasforma in un continuo altalenare di emozioni contrastanti, si rischia di perdere la bussola. Il Torino sembrava l’emblema di questo caos, ma ora, con una difesa un po’ più attenta e soprattutto con un attacco che non si limita solo agli applausi, il club prova a scrivere un nuovo capitolo. Peccato che il copione precedente fosse pieno di errori da novellini e qualche strampalata strategia da manuale del disastro.
Il cammino è ancora duro, ma almeno la squadra offre uno spettacolo meno deprimente rispetto a quanto siamo abituati a vedere negli anni passati. Resta da vedere se questa nuova solidità sarà una semplice meteora o se si tramuterà in un vero e proprio cambiamento culturale. Quel che è certo è che, se continuiamo così, la battaglia per restare in Serie A potrà forse finalmente regalare qualche sorriso – anche se velato dal sarcasmo per tutto quello che abbiamo dovuto sorbirci finora.



