Ah, la sacra arte della politica milanese: chiacchiere, rinvii e l’inevitabile tira e molla su questioni che farebbero girare gli occhi anche al più paziente degli osservatori. Come la vicenda del gemellaggio con Tel Aviv, che sarà “discusso” – sì, con quel verbo che profuma di annacquamento politico – dalla giunta di Milano giovedì 16 aprile. Lo ha detto il sindaco Giuseppe Sala, ovviamente a margine della solita passerella istituzionale, la festa della polizia al Piccolo Teatro, perché nulla dice più di una città il momento in cui la polizia posa per le foto.
Ora, il bello è che la maggioranza – quella stessa che dovrebbe mostrare un minimo di compattezza – ha deciso che parlare di sospensione del gemellaggio non è roba da tenere in fretta all’ordine del giorno. No, prima si sente “l’opinione di tutti quelli che lavorano con me”, come ha gentilmente spiegato il nostro caro sindaco a chi gli stava solo chiedendo un minimo di chiarezza. Che delicatezza. I Verdi, quei romantici del dissenso, si sono messi in sciopero di voto da oltre un mese – per protesta, ovvio – ed ora si sono aggiunti anche gli zelanti del Partito Democratico. Insomma, si fa una bella riunione di condominio e si vedrà.
Ma i Verdi, fedeli alla loro vocazione da guastatori, non hanno dubbi e la consigliera Francesca Cucchiara non si smentisce: insistere a discutere significa ignorare ciò che la “ferma” aula ha votato. Secondo lei, parlare di una tregua è puro esercizio di fantasia, un habitué nei tempi in cui ogni promessa di pace viene puntualmente calpestata. Anzi, dice che è un po’ scorretto andare a consultare la giunta dopo che il consiglio si è espresso così chiaramente, come se qualcuno potesse re-interpretare o rinsaldare la propria posizione per approfittare della confusione generale.
Certo, se ci si perde in queste violate di responsabilità istituzionale, immaginate come va la “gravità” del problema israeliano: così seria da meritare solo un noioso ordine del giorno datato ottobre 2025 che chiede di sospendere il gemellaggio “se la tregua non regge”. Spoiler: non regge da un bel pezzo, ma il gemellaggio resta, forse per scaramanzia o perché in fondo si preferisce chiudere un occhio – o entrambi. Gli uffici, in un impeto di logica burocratica, hanno ammesso che qualche “azione sconsiderata” è continuata oltre il cessate il fuoco, ma poiché la tregua è “formalmente” in vigore, ben venga il vincolo diplomatico che non si può sospendere nulla.
La reazione è stata ovviamente drastica: i Verdi hanno risposto smettendo di votare qualsiasi provvedimento proposto dalla giunta. Insomma, una crisi di astinenza politica che fa tanto “parenti serpenti”. Ma non finisce qui: perfino il Partito Democratico, a seguito dei nuovi sviluppi che comprendono l’escalation in Libano, ha deciso di chiedere formalmente la sospensione del gemellaggio, appellandosi al buon senso e ai provvedimenti già approvati precedentemente, senza complicare ulteriormente le cose con nuovi documenti o altre inutili formalità.
Beatrice Uguccioni, capogruppo del PD, ha chiesto onestamente l’applicazione delle regole esistenti, mentre Francesca Cucchiara ha definito surreale dover ancora implorare la giunta di fare ciò che l’aula ha nitidamente stabilito, soprattutto dopo il massacro di civili a Gaza e le tensioni intorno alle guerre in Iran e Libano. Una questione di “dignità istituzionale”, dice lei, perché evidentemente rispettiamo più la forma che la sostanza in questi giorni.
Il coraggioso fronte del “no” al gemellaggio
Ma come ogni commedia che si rispetti, arriva il contrappunto degli eroi del centrodestra, che capitanano la pattuglia del “no, grazie” alla sospensione del gemellaggio. Da Fratelli d’Italia, Riccardo Truppo ha prontamente ammonito: “nei momenti difficili bisogna accelerare, andare a Tel Aviv in missione”. Perché, ovviamente, nulla dice più solidità di un viaggetto diplomatico tra bombe e guerriglia.
Il già lungimirante Alessandro De Chirico di Forza Italia butta lì il classico j’accuse economico, sottolineando le “ripercussioni economiche” che una sospensione potrebbe causare a Milano. Le priorità sono ben chiare: prima gli affari, poi la questione umanitaria. La finiamo qui, o vogliamo ricordare il principe dei ragionamenti da bar, Daniele Nahum dei Riformisti-Azione? “Sospendere un gemellaggio per le politiche di un presidente straniero? Sarebbe come se Milano facesse lo stesso con Chicago per via di Trump.” Un’analogia che fa ridere – o piangere – per la sua magistrale bizzarria: perché confrontare un sindaco americano nota per una morale controversa con una città in mezzo a un conflitto di proporzioni epocali è sicuramente una tecnica diplomatica… creativa.
In conclusione, la saga del gemellaggio milanese si presenta come un esempio lampante di politica che fa il giro sull’autoscontro: promette decisioni irrimandabili, ma si perde in lunghe discussioni, voti bloccati e dichiarazioni di circostanza. Il tutto mentre la pace resta un miraggio e la sensibilità istituzionale si annulla di fronte a convenienze politiche e gioco delle parti. L’armonia della maggioranza? Un’illusione. La rappresentanza del popolo? Un dettaglio trascurabile. Nel frattempo, la città di Milano continua a essere gemellata con Tel Aviv, perché nulla dice meglio “dialogo e collaborazione” come il silenzio in tempi di guerra.



