Ah, Neri Marcorè finalmente si ricorda di Giorgio Gaber, quel genio che ha pensato bene di ricordarci che “c’è solo la strada”. In un mondo dove siamo tutti confusi tra smartphone, tablet e virus invisibili, questo messaggio sembra quasi una rivelazione. Insomma, che sorpresa, uscire di casa è l’unica via di salvezza, roba che provocherebbe crisi esistenziali a chi preferisce il divano a qualsiasi esperienza sociale.
Il nostro caro Marcorè, in tour con lo spettacolo “Gaber – Mi fa male il mondo”, insiste nel ricordarci che il rifugio tra quattro mura è solo una prigione autoinflitta, un nascondersi vigliacco che ci rende “colti da una strisciante mestizia”. E non è forse la definizione perfetta del cittadino moderno? Uno che guarda il mondo attraverso lo schermo del telefono, mentre aspetta che passi la pandemia o che arrivi un aggiornamento del suo follower.
Ma attenzione, la strada non è solo un luogo fisico. No, no, è “il luogo del dibattito, del dialogo e della comprensione”. Parola di Marcorè, che chiarisce come sia folle chiudersi in casa sperando di sfuggire a ciò che crea il disagio. Dimenticate il divano, il vero rimedio è uscire e respirare quella libertà tanto decantata ma ormai dimenticata.
E come nasce questa infatuazione per Gaber? Ovviamente da un amico cabarettista che ha avuto la brillante idea di non lasciar Marcorè nell’ignoranza delle hit radiofoniche. Da lì, un percorso di studi e spettacoli che culminano in questo “atto finale” di curiosità e attenzione, mirando dritto al laboratorio di Gaber e Luporini, come se aprire un libro potesse magicamente risvegliare le coscienze sopite di un pubblico sempre più abituato al facile intrattenimento.
Militanza e politica: ovvero, svegliarsi dal torpore
Perché “militante e politico”? Semplice. Perché non si tratta di dolci melodie da caffè, ma di affrontare “cose scomode e non spensierate”. Questo dovrebbe indurre a essere cittadini responsabili, anche se ormai sapere bene chi lo sia è una missione quasi impossibile. Marcorè, nella sua saggezza, racconta un ‘esame di coscienza’ rivolto prima di tutto a noi stessi, senza però indossare tesserini o berretto politico di sorta. Bravo, infatti critica sia la maggioranza – accusata di demagogia e populismo – sia l’opposizione, che non è da meno. Un quadro politico dove tutti sono colpevoli, come ai migliori reality show.
E il pubblico? Ovviamente applaude. Perché da queste parti riconoscere il valore di uno spettacolo serio è raro quanto un governo onesto. Le persone “condividono” – parola magica che serve a giustificare tutto – e applaudono non solo per la performance, ma perché finalmente qualcuno osa scuotere le coscienze addormentate. Tra complimenti e lamentele, il pubblico si ritrova a chiedere quel tanto sospirato stimolo intellettuale ormai scomparso sotto montagne di banalità televisive e comunicati stampa infarciti di frasi fatte.
In sintesi, uscire di casa equivale a riscoprire la libertà e la partecipazione, due concetti che, a giudicare dalla nostra epoca, sembrano ormai delle utopie da manifesto vintage. Ma grazie a Neri Marcorè e al suo culto gaberiano, almeno qualcuno ci prova ancora.
Secondo Gaber, la libertà è sospesa tra una battuta e l’altra. Ma quanto possiamo fidarci di chi spiega che la libertà «è lasciare un segno» solo perché nasce da esigenze metriche? Luporini ci ha regalato questa chicca, ma chiudiamo pure un occhio. Personalmente preferisco la partecipazione attiva, quel fastidioso non voltarsi dall’altra parte quando la vita scorre e decide di metterci alla prova. Partecipare davvero significa sentirsi liberi, vivi. Magari anche un po’ meno indifferenti.
Quando la pace fa i capricci con la libertà
Oggi si parla spesso di guerra, come se fosse una scelta tra la pace e la libertà. Ecco la verità rivoluzionaria: la pace è semplicemente la precaria compagna della libertà, quasi un accessorio di moda passeggero. Esaltiamo la pace a gran voce, come se fosse una pozione magica, ma poi scopriamo che la guerra zittisce persino la libertà, uccidendo ogni briciolo di piacere nel vivere. Se dovessi schierarle in fila, direi: prima fermiamo le armi e poi, sognate pure la libertà.
Ma non è tutto oro quel che luccica. Vita reale: la pace non garantisce mica la libertà. Suona come una barzelletta, vero?
Libertà ristrette, ma grida altissime
Da queste parti, negli ultimi anni, gli spazi per la libertà si sono fatti più stretti, sebbene qualcuno protesti urlando che va tutto benissimo. Forse sarebbe il caso di fare un passo indietro e riflettere su che cosa intendiamo per libertà. Viviamo in un’epoca dove la sguaiatezza è diventata la nuova norma, in cui si proclamano urbi et orbi le inviolabili sacralità della libertà d’espressione mentre, di fatto, di libertà ne resta poca e male interpretata.
È un curioso paradosso: una libertà personale fasulla, fatta di slogan gridati senza pensare, una libertà di pensiero compressa da catene invisibili quali consumismo sfrenato, media a velocità supersonica, e un’informazione che ci fa il favore di ridursi spesso a titoli cliccati distrattamente, tweet e post da bar.
Ancora vi stupite se la maggior parte preferisce passare oltre o fermarsi alla superficie? Dai tempi dell’edonismo reaganiano degli Anni ’80 abbiamo scelto l’evasione come scappatoia. Peccato che questa fuga non ci abbia regalato nulla di meglio. Anzi, ci ha semplicemente distratti dalla realtà, mentre nel retrobottega qualcuno guadagnava e qualcun altro piangeva.



