Ah, l’Europa e la sua eterna saga delle crisi energetiche. Questa volta, sembra che il carburante per jet stia per diventare l’ennesima scusa per mandare in tilt la stagione turistica estiva e far tremare l’economia europea. ACI Europe, il portavoce ufficiale degli aeroporti dell’Unione Europea, ha appena lanciato l’allarme: se il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderà a funzionare velocemente, si prospetta un’imminente carenza di carburante per aerei. E cosa succede? Il caos, naturalmente.
Non bastava il caro bollette, ora dobbiamo geniamente preoccuparci che i voli aerei si riducano come neanche una serie Netflix in declino. Nel suo solito stile da film catastrophe, la lettera inviata al Commissario UE per i Trasporti Sostenibili, Apostolos Tzitzikostas, parla chiaramente di “impatto economico drammatico” se la situazione non si risolverà. Già me la immagino la scena: aeroporti bloccati, viaggiatori in preda al panico, e i booster dell’economia europea fermi al box.
Incredibile, ma vero: sembra che la mancata riapertura dello Stretto di Hormuz — quel minuscolo canale che gestiva circa il 20% del petrolio mondiale prima del conflitto tra USA, Israele e Iran — abbia scatenato un effetto domino tale da far schizzare i prezzi del carburante a livelli galattici. Mica bruscolini, siamo passati da 2,50 a 4,88 dollari al gallone negli Stati Uniti, roba da far impallidire qualsiasi economia domestica.
E non ci si può stupire se le compagnie aeree corrono ai ripari con strategie degne di un thriller: la Lufthansa addirittura si prepara a mettere a terra parte della sua flotta — una trovata brillante, considerando che bloccare aeroplani è ciò che un vettore dovrebbe evitare come la peste. Poi c’è la SAS, che taglia 1.000 voli ad aprile, mentre Michael O’Leary, il CEO di quella perla irlandese chiamata Ryanair, minaccia cancellazioni di voli per l’estate. Fantastico, proprio quando avremmo bisogno di volare più spesso… o forse no.
Il paradosso della connettività aerea e dell’economia europea
Sembra quasi un miracolo che l’industria aeroportuale europea generi ben 851 miliardi di euro di PIL e dia lavoro a 14 milioni di persone. Peccato che un dettaglio superfluo come la mancanza di carburante possa mettere tutto a rischio. Pare che, in questa “pessima tempesta energetica” causata dal conflitto mediorientale, la vera priorità per la UE dovrebbe essere assicurarsi che il jet fuel non finisca misteriosamente ai saldi.
ACI Europe ci fa anche sapere che è essenziale garantire una “fornitura stabile” di carburante per evitare disastri. Proprio ciò che si dovrebbe saper fare normalmente, no? Ma evidentemente siamo nell’epoca in cui un passaggio marittimo può decidere le sorti di milioni di viaggi in Europa e in tutto il mondo. Non è che ci fa capire quanto fragile sia il sistema globale di approvvigionamento energetico… troppo semplice, meglio ridere amarezza.
Un conflitto lontano che colpisce tutti, ma sembra ci sorprendiamo ogni volta
Le velleità di pace raggiunte tra USA e Iran con un fragile accordo di tregua di due settimane sembrano un palliativo durante un periodo in cui l’energia costa come un diamante, il petrolio balla tra 96 e 100 dollari al barile, e noi rimaniamo a guardare. Cioè, qualcuno si aspettava forse un epilogo diverso, vista la geopolitica in gioco?
Le compagnie aeree, vere eroine dell’adattamento, cercano di salvarsi dalla crisi con tagli e piani di emergenza. Ma l’ironia è tutta qui: mentre tutto questo accade, il business del turismo e della mobilità europea rischia di fare un passo indietro così potente che parole come “ripresa” diventano semplicemente un’eco lontana.
Insomma, non sappiamo se la prossima estate sarà memorabile per i cieli europei o per le file infinite agli aeroporti. Ma possiamo star certi che, tra carburanti introvabili e voli cancellati, il panorama che ci aspetta è decisamente da guardare… con un sorriso amaro e un biglietto in mano che forse non useremo mai.



