L’amministrazione Trump sembra aver deciso di giocare al gioco del braccio di ferro con l’Unione Europea, soprattutto riguardo alle multe che colpiscono i colossi tecnologici. Da un lato abbiamo Google, Apple e Meta che si lamentano come bambini isterici per sanzioni che, a dir loro, sarebbero un attacco frontale all’innovazione. Dall’altro, l’UE che risponde con la solita serenità burocratica: le multe servono a spingere le aziende a prendere decisioni “in favore dei consumatori”. In sintesi, un teatrino senza fine basato su miliardi di euro e dollari che volano come coriandoli in un carnevale europeo-americano.
Che gioia: solo nel 2024 le multe comminate superano i 6 miliardi di euro, ovvero 7 miliardi di dollari per chi preferisce contare la ricchezza in moneta a stelle e strisce. Impossibile non citare il florilegio delle sanzioni che si sono abbattute come nuvole tempestose sui salotti delle aziende:
Marzo 2024: Apple si becca la bellezza di 1,84 miliardi di euro per abuso di posizione dominante nel mercato delle app di streaming musicale, come a dire che l’iPhone ha dimenticato come si condivide la musica;
Novembre 2024: Meta paga 797 milioni per pratiche poco trasparenti che avvantaggiano il suo Marketplace, il famigerato mercatino digitale di fiducia di tutti;
Settembre 2025: Google incassa 2,9 miliardi di euro per comportamenti anti-competitivi nella sua tecnologia pubblicitaria, evidente colpevolezza di voler dominare un mercato che loro stessi hanno creato;
Aprile 2025: Apple subisce 500 milioni di multa per non aver rispettato gli obblighi anti-indirizzamento, mentre Meta prende 200 milioni per aver imposto agli utenti di condividere i dati o pagare per evitare la pubblicità (tremate, privacy violata!);
Dicembre 2025: X riceve 120 milioni per violazione delle norme di trasparenza, perché anche le piattaforme hanno bisogno di un po’ di chiarezza tra uno scandalo e l’altro.
Complimenti alla Commissione Europea che ha spiegato con un candore degno di nota: “Tutte le aziende che operano nel mercato europeo sono responsabili verso i cittadini e devono rispettare le regole, e queste multe si riferiscono solo alle violazioni commesse nelle operazioni sul territorio UE”. Qualcuno pensava forse il contrario? È il solito copione di chi difende le regole, o almeno ci prova.
Ma l’amministrazione Trump ha deciso di alzare il tono: secondo loro, l’UE sta “soffocando” le aziende tech americane con una regolamentazione esasperata, rischiando di soffocare pure le (sottolineiamo) potenzialità europee sull’Intelligenza Artificiale. Insomma, una vera e propria guerra fredda digitale.
In febbraio, quel mago della diplomazia chiamato Donald Trump ha firmato un memorandum che contempla dazi aggressivi per “combattere le tasse sui servizi digitali, multe e politiche straniere che colpiscono le aziende americane”. Insomma, se l’Europa osa multare Google o Apple, gli Stati Uniti risponderanno colpo su colpo come in uno scontro da videogame politico.
Jacob Helberg, sottosegretario di Stato per la Crescita Economica, ha ben sintetizzato la piccola diatriba raccontando che l’UE ha già sparato oltre 25 miliardi di dollari di multe alle aziende americane negli ultimi vent’anni. Salvo poi confessare che si tratta della “fonte principale di attrito” nelle relazioni economiche transatlantiche. Che sorpresa.
Andrew Puzder, ambasciatore USA presso l’UE, ha messo il punto sulla questione AI sostenendo, con quell’ironia sottile che solo i diplomatici sanno usare:
“Se l’Unione Europea vuole davvero partecipare all’economia dell’IA, avrà bisogno di centri dati, dati accessibili e hardware americano. Non si può continuare a spostare i pali della porta con regolamentazioni più severe e grandi multe.”
Il Dipartimento del Commercio USA si limita a dire, molto diplomaticamente, “Mettiamo da parte i casi aperti e andiamo avanti”, come se bastasse una buona volontà a rimettere a posto due decenni di faide milionarie.
L’Europa risponde e non si scompone
Il lato europeo della barricata, ovviamente, respira à la française (o à la bruxelloise). Un portavoce della Commissione Europea rivendica con orgoglio che le multe siano prima di tutto una punizione per chi trasgredisce le leggi del mercato digitale, e secondariamente uno spauracchio per chiunque voglia fare il furbo.
Nell’apparente caos di sanzioni, l’UE cerca di camminare su un filo sottilissimo: dipendere troppo dalle big tech americane per infrastrutture digitali mentre cerca di sviluppare alternative nazionali o sovrane in fatto di tecnologia. Insomma, tenere il piede in due scarpe senza rovinare il passo.
Il portavoce spiega che le multe sono un “ultimo ricorso”, un’opzione estrema quando si è esaurita ogni ricerca di stelle e strisce mediazione. Per esempio, Apple ha dovuto lasciar lavorare meglio smartwatch e dispositivi di terzi con i suoi iPhone, segno che a volte la carta della multa fa miracoli più efficaci di mille parole.
In definitiva, il conflitto tra Stati Uniti ed Unione Europea nel campo delle Big Tech è ben più di un semplice diverbio sulle sanzioni: è una partita geopolitica, economica e tecnologica che coinvolge regolamenti, potere e quel sottile gioco di chi tiene il controllo dei nostri dati, dei nostri device e, perché no, del nostro futuro digitale. E noi stiamo qui a guardare, tra una multa e l’altra, con il popcorn in mano.
Quante aziende cambiano idea solo quando hanno la minaccia di una multa? Pare parecchie, almeno secondo la vocina solerte di un portavoce della Commissione, che con sarcasmo ha spiegato a CNBC che serve proprio quella bella sberla monetaria per “insegnare la lezione”.
Meta, per esempio, ha varato un aggiornamento della sua offerta “pay or consent” per gli utenti dei suoi social network, Facebook e Instagram, soltanto dopo essersi presa una bella multa da 200 milioni di euro per non conformità al DMA nel 2025. E come d’incanto, la nuova versione della “generosissima” offerta è slittata solo all’inizio del 2026.
Quando sono stati incalzati da CNBC, i vertici di Meta hanno scelto di declinare ogni commento diretto, preferendo affidarsi al solito portavoce di lusso, il Chief Global Affairs Officer Joel Kaplan. Questo ha tirato fuori dal cilindro una perla degna di un manuale di retorica aziendale: secondo lui, la multa europea altro non sarebbe che il classico tentativo di “ostacolare le aziende americane di successo”, nonché un modo elegante per imporre una “tassa da più miliardi di dollari a Meta”, costringendola per di più a offrire un servizio scadente.
Peccato che quei 6 miliardi di euro di sanzioni siano ancora un simpatico contenzioso legale, quindi la UE non abbia ancora messo le mani su quei soldi. Ma, giustamente, la legge impone che le multe siano garantite da depositi provvisori o garanzie finanziarie, perché mica si scherza con la giustizia economica.
In tutto questo balletto, la Commissione Europea non ha certo preso sonnolentemente la situazione. Le indagini sui colossi del tech statunitense proseguono spedite. Nel febbraio scorso, la Commissione ha fatto sapere ufficialmente a Meta che intende imporre “misure provvisorie” per vietarle di escludere assistenti di intelligenza artificiale di terze parti da Facebook, parte integrante di un’indagine in corso.
E non è finita: a marzo la UE si è accorta che Snapchat, piattaforma social proprietaria di Snap, potrebbe non stare proprio seguendo alla lettera il Digital Services Act per quanto riguarda la sicurezza dei minori online. Così, altri procedimenti formali sono stati avviati per verificare che tutto sia in regola.
Il cinema delle multe: chi vince davvero?
Questa saga di multe miliardarie, ricorsi legali e accuse di “campanilismo economico” ci regala una bella panoramica sulla finta lotta tra l’Europa custode della giustizia e delle regole, e le multinazionali americane intoccabili che si sentono perseguitate. La realtà, però, è che le sanzioni arrivano solo dopo anni di ritardi, dibattiti e tatticismi, e vengono spesso contestate o ritardate con infinite scuse legali.
Nel frattempo, le aziende continuano a macinare guadagni, aggirano le regole con scuse più o meno convincenti e fanno quella cosa che più piace ai grandi colossi: lamentarsi del regolatore ma adattarsi esattamente il meno possibile.
Insomma, il DMA è la versione europea della lotta al gigante, ma con la testa nel sacco. E noi spettatori non possiamo fare altro che prenderne atto, ammirando da dietro il sipario una commedia che vale oro… ma solo per pochi.



