Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha espresso un’ambizione degna di un reality show diplomatico: vuole iniziare subito i negoziati diretti con il Libano. Non vedete l’ora? Nemmeno noi, ma lui insiste. L’idea è quella di concentrarsi sul disarmo di Hezbollah e su una “regolamentazione pacifica” dei rapporti tra i due Paesi, come se fosse così semplice mettere la parola fine a decenni di conflitti con quattro chiacchiere da caffè.
Per aggiungere un tocco di ipocrisia, Netanyahu ha ringraziato il primo ministro libanese per aver chiesto l’evacuazione di Beirut, quasi a voler suggerire un grande gesto di pace basato sull’abbandono frettoloso della città. Un invito che trasuda diplomazia raffinata, non c’è che dire.
Nel frattempo, dall’Iran, ecco la pomposa entrata in scena della prima petroliera che, con grande orgoglio, sfida lo Stretto di Hormuz senza battente bandiera ufficiale di Teheran, puntando dritto verso l’India. Un messaggio chiarissimo da parte di Mojtaba Khamenei, il nuovo supremo guardiano sciita subentrato a suo padre Ali Khamenei ormai quarant’anni dopo la sua ascesa.
Mojtaba Khamenei si è letteralmente auto-incoronato portabandiera della vittoria, affermando con sfrontatezza che “il popolo iraniano è il vero vincitore sul campo di battaglia”. Un’affermazione che lascia spazio a molte interpretazioni, principalmente su quale campo di battaglia stiamo parlando: quello reale, virtuale, o quello delle parole?
Ha poi specificato di non cercare la guerra, ovviamente, ma che Teheran è ferma e decisa a difendere i suoi “diritti”, spiegando la sua idea di negoziato: un risarcimento in contanti e, ciliegina sulla torta, una “nuova fase” per la gestione dello Stretto di Hormuz. Tradotto: vogliamo tutto e subito, grazie.
Inutile nascondersi: negoziati e promesse sono l’aria fritta della politica mediorientale
Ci si aspetterebbe forse un briciolo di realismo, ma invece assaporiamo solo proclami al vetriolo. Da un lato Netanyahu che vuole disarmare Hezbollah e normalizzare relazioni con il Libano, dall’altro il nuovo leader iraniano che rivendica il diritto di dominare uno dei passaggi strategici più controversi del mondo, lo Stretto di Hormuz.
Peccato che, dietro a questa fiera della retorica, rimangano conflitti armati, tensioni regionali inesauribili e soprattutto una popolazione che, nel frattempo, continua a vivere come spettatrice impotente di un gioco geopolitico senza vincitori reali.
Così, mentre si allestiscono tavoli di negoziato e si dispensano proclami ottimistici, il mondo osserva con un misto di noia e scetticismo, chiedendosi quando qualcuno avrà il coraggio di mettere le carte in tavola davvero, senza fumo negli occhi e diplomazia mordi e fuggi.



