Quando il dazio iraniano diventa la nuova frontiera delle nostre preoccupazioni economiche

Quando il dazio iraniano diventa la nuova frontiera delle nostre preoccupazioni economiche

Benvenuti a un’altra puntata della nostra saga del disastro internazionale, con più colpi di scena di un film comico ma senza la faccia divertita di Benigni o Troisi. Ricordate quella scena cult in cui i due smarriti nel Quindicesimo secolo cercano di sfangarla al confine doganale toscano con un fiorino? Bene, ora immaginate lo stesso copione riproposto dallo spietato portavoce dell’Unione degli esportatori iraniani di petrolio, il mai troppo amato Hamid Hosseini. Solo che al posto di un fiorino, stavolta si parla di un bel dazio da un dollaro per ogni barile di petrolio che passa attraverso lo Stretto di Hormuz, da pagarsi ovviamente in criptovalute—perché cosa c’è di più moderno di tassare il petrolio con Bitcoin & Co.?

Ora, per i profani della materia, ogni petroliera a bordo mediamente due milioni di barili di greggio: fate voi i conti, due milioni di dollari per ogni tragitto. Almeno nel Medioevo il doganiere sarebbe stato meno caro, ma d’altra parte almeno non pretendeva bitcoin.

Il portavoce ha precisato con l’ironia tipica del cinema iraniano più profondo, quello di Jafar Panahi, che “l’Iran deve controllare ciò che entra e esce dallo stretto per evitare che queste due settimane di tregua (fragilissima, mica come un armistizio duraturo) vengano sfruttate per spostare armi.” Più o meno in parole povere: “Potete pure passare, ma non abbiamo alcuna fretta e ci prenderemo tutto il tempo necessario.”

Sì, certo, perché nulla dice sicurezza internazionale come costringere le petroliere a inoltrare dettagliatissime mail con l’elenco della mercanzia e aspettare l’ok iraniano, che naturalmente detterà le condizioni, dalla rotta da seguire (favorendo la costa iraniana, ovviamente) alle tempistiche. E se qualche nave occidentale, ribelle e spericolata, volesse passare da sud per evitare la tassa? Beh, lo farà a suo rischio e pericolo. Possiamo quasi immaginare i rischi: “Attenzione, petroliera in rotta illegale, incrociate le dita.” Per fortuna, le petroliere vuote sono gentili e possono transitare allegramente con il loro carico inesistente, magari per sentirsi meno discriminate.

Questo gioiellino di politica commerciale è sì un’imposizione economica, ma non un’imposizione da vincitori di guerra, almeno secondo alcuni orgogliosi osservatori statunitensi. Fa parte invece del piano iraniano di accordo, più volte rivisitato in inglese e farsi, che sarà discusso a Islamabad con ospite speciale niente meno che il vicepresidente statunitense JD Vance. Ovviamente, il buon Donald Trump ha già approvato la versione iraniana come “una buona base di lavoro” – che tradotto significa: “non è ciò che avrei fatto io, ma possiamo provarci”.

Le ottocento navi ancorate attorno a Hormuz raccontano la triste realtà: al primo giorno di cessate il fuoco, solo quattro petroliere con carico pieno hanno osato attraversare lo Stretto. Gli altri, con trasponder spento come fossero napoletani a una partita truccata, sono ovviamente navi iraniane che trasportano petrolio sanzionato a volontà, dando un addio elegante alle restrizioni internazionali.

Il vero vincitore morale di questa tragicommedia? Cina. Dietro la fragile maschera del Pakistan, con la sua “mediazione” da manuale del disastro, si cela il pragmatismo zen di Xi Jinping, furbo interprete del taoismo applicato alle relazioni internazionali: l’arte dell’azione attraverso la non-azione. La Cina, maggior acquirente di petrolio iraniano, potrebbe tranquillamente lasciar perdere. In fondo, compra dai Paesi del Golfo six milioni di barili al giorno, ma di questi l’iraniano rappresenta miseri 1,4 milioni, un misero uno per cento dei suoi consumi.

Eppure, a Pechino, la razionalità regna sovrana: preoccupati dagli effetti di questa guerra sui prezzi energetici mondiali, hanno deciso di non scomporsi troppo, preferendo un discreto silenzio e aspettando che il caos allevi le sofferenze… altrui. Perché, si sa, la pazienza è la virtù dei forti (e dei mercati globali che si reggono sul filo di un accordo iraniano).

Xi Jinping, con la sua solita delicatezza diplomatica degna di uno stratega del rischio, ha fatto capire al mondo da che parte stava durante il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ha semplicemente messo il veto alla bozza di risoluzione presentata dai Paesi arabi che, ingenuamente, chiedevano una condanna degli attacchi iraniani contro le petroliere e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Un veto ovviamente condiviso e sostenuto dall’inseparabile amico di sempre, Vladimir Putin e la sua Russia, lasciando il quadro internazionale ancora più fumoso e inquietante.

Ma tranquilli, manca solo il tempo a spazzar via questa tregua di due settimane, se mai avrà senso resistere, perché i bombardamenti israeliani sul Libano sono lì a minacciare di polverizzare nuovamente quanto di fragile è rimasto, come già accaduto a più riprese in diversi palazzi di Beirut. E mentre intanto tutto il mondo cerca di capire chi stia giocando quale carta – se è un gioco o un disastro – non si può non notare l’elefante nella stanza: la Casa Bianca, che a quanto pare non ce la fa proprio più a reggere l’urto di questo conflitto.

Infatti, proprio il giorno dopo la firma di questa ambigua tregua, il prezzo del greggio ha fatto un balletto tutto suo, tornato a superare la soglia psicologica di cento dollari al barile. Segno inequivocabile che gli investitori non si fidano neanche un po’ di questa “soluzione” e hanno capito benissimo che, come al solito, tutto avrà un prezzo salatissimo da pagare.

Ai danni già enormi causati alle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo, si aggiunge ora la beffa del dazio iraniano. Per essere precisi: è come se qualcuno avesse deciso di aggiungere benzina (non proprio quella che vorremmo) sul fuoco, trasformando una crisi energetica in un incubo ben più profondo.

Se per Benjamin Netanyahu e la sua Israele l’obiettivo con l’Iran è chiaro sin dal principio – diciamo pure che non hanno mai detto “ci stiamo solo facendo due chiacchiere” –, negli Stati Uniti la domanda che si comincia a sentire tra le pieghe del potere è una sola: ma cosa diavolo voleva Donald Trump in tutto questo casino? E soprattutto, cosa vorrà nell’imminente futuro? Perché, amici, la resa dei conti delle elezioni di Midterm di novembre è dietro l’angolo, e pare che la situazione mediorientale abbia un ruolo tutt’altro che secondario nel definire chi salirà sul palco e chi verrà mandato a casa.

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