Mentre Donald Trump sembra voler mettere una toppa alla rabbia incontenibile della pancia Maga americana, Israele non perde tempo e martella senza sosta il Libano. Ma fino a quando? Fino a dove? Secondo gli ottimisti — a Gerusalemme come a Tel Aviv — questo massacro dovrebbe durare finché non verrà spazzata via la “repubblica islamica”, la nemica per eccellenza dello Stato ebraico. Donne, uomini, giovani e non più giovani, stanchi ma impavidi, passano le notti nei bunker convinti che questa rara occasione sia troppo ghiotta per farsela scappare.
I pessimisti, invece, borbottano qualcosa su Masada. E dire Masada significa evocare la fine della Storia. Per chi lo ignorasse, si tratta dell’infuocata fortezza sul Mar Morto dove nel 73 d.C. gli zeloti preferirono il suicidio di massa piuttosto che cadere nelle mani dei Romani, incarnando fino all’estremità il dilemma immortale fra libertà e morte. Oggi, a quasi due millenni dopo, Israele continua a sentire addosso la morsa dell’assedio, armandosi fino ai denti e grugnendo di fronte a quella “ostilità irriducibile” che può solo sopraffarti o farti soccombere. Con la differenza che, ormai, non si tratta più di semplice percezione.
Dopo il tragico pogrom del 7 ottobre e un fugace momento di solidarietà internazionale, oggi Israele è più isolata che mai, avvolta in un silenzio glaciale che si estende ben oltre i confini del Medio Oriente. Un vuoto scavato sapientemente dalla guerra senza fine a Gaza, dalla mossa disperata di Benjamin Netanyahu che ha tirato in ballo Iran e un Trump incantato, trascinando il mondo sull’orlo del baratro, e dalle politiche razziste e suprematiste di un governo che ha appena uniformato la pena di morte ad un criterio etnico, umiliando il popolo palestinese e strappando l’anima al proprio popolo, un’anima tormentata da decenni dall’esecuzione nazionale di Adolf Eichmann.
Questo vuoto abissale si nutre anche di un terreno fertile fatto di antisemitismo mai domato, che si rigenera ogni volta che qualcuno pensa di averlo sconfitto. E adesso eccolo lì, profondo e viscoso come non mai. Dopo aver ignorato ben 73 risoluzioni delle Nazioni Unite e dopo anni di derisione verso l’Unione Europea — rea solo di essersi pronunciata, nemmeno troppo severamente, sull’espansione delle colonie illegali che sono passate da 250mila nel 1993 a oltre 700mila oggi — Israele ha deciso di puntare tutto sull’ancora di salvezza rappresentata da Trump e dalla sua politica “MAGA”, un rovesciamento totale dell’odiata era Obama.
Al netto della solita inefficace Europa e di un’ONU sempre più afona e succube di regimi antidemocratici, la scelta appare chiara: tagliare ogni legame con il diritto internazionale e con il Vecchio Continente, con cui Israele condivideva qualche radice culturale, per abbracciare un mondo MAGA che, guarda un po’, è letteralmente intriso di pulsioni antisemite. Accanto a ciò, va considerato che gli ebrei americani tradizionalmente liberal hanno ormai voltato le spalle a Gerusalemme, lasciando spazio a un sostegno della destra evangelica tanto fanatico quanto fragile e temporaneo (dopotutto, per loro Israele è solo il palcoscenico per il ritorno di Gesù).
E se, per qualche strano colpo di scena, Trump decidesse di stracciare tutto e firmare un accordo qualsiasi con gli ayatollah, pur di liberarsi da questo pasticcio internazionale? Che resterà allora a Israele? La follia urlata di Netanyahu ha già superato qualsiasi freno, reagendo senza pietà al vago rallentamento americano con un’offensiva senza precedenti verso il Libano.
Inutile girarci intorno: il governo di Israele ha scelto una sola strada, e non sembra intenzionato a fare marcia indietro. Avanti, fino a dove? Fino a quando? Sempre più convinti che siano i soli al mondo, odiati da tutti, destinati a non essere mai accettati fuori dai propri confini e che, se abbassano la guardia, saranno travolti.
L’alternativa è leggendaria e un po’ tragica: contare solo sulle proprie forze o morire. Perché, almeno per certi israeliani, l’unica via possibile è l’ultima parola di Masada.



