E poi, come un oracolo che all’improvviso cambia idea, aggiunge:
“Questa volta, invece, la guerra in Iran mi preoccupa molto di più, per l’impatto che ha su azoto, produzione e disponibilità di fertilizzanti.”
A una domanda che avrebbe richiesto chiarezza invece arriva l’apoteosi dell’ambiguità:
“Se due fattori negativi si sommano, allora la situazione potrebbe diventare davvero dura.”
Magari aggiungiamo anche dei trattori che, come in una scena da cinepanettone ma decisamente meno allegra, versano fertilizzanti azotati su file di lattuga romaine a Gonzales, California. E tutto questo grottesco spettacolo è accompagnato dal cambio di stagione del clima, pronto a fare il brutto scherzo non solo in America, ma anche in giro per il pianeta.
India, Australia, Brasile e Argentina sono i paesi citati nelle previsioni come potenzialmente travolti da El Niño, ognuno ovviamente per il motivo più diverso possibile, perché la natura ama l’ironia.
Nel frattempo, l’Unione Europea ci informa, come se fosse una novità rassicurante, che l’evento di El Niño previsto per fine anno potrebbe causare condizioni di estrema siccità in Etiopia nord-occidentale, Sud Sudan e Sudan, mettendo a serio rischio “la stagione agricola principale”. Tradotto: preparatevi a uno spettacolo a cui nessuno vuole assistere.
Sicurezza alimentare e la grande illusione della collaborazione internazionale
Secondo Jaccarini dell’Energy and Climate Intelligence Unit, la soluzione per le paure crescenti sulla sicurezza alimentare risiederebbe nel riconoscere che i rischi per il sistema alimentare globale non solo non spariranno, ma continueranno a crescere come cani rabbiosi.
Ovviamente, la ricetta miracolosa è – state pronti a ridere – rafforzare la collaborazione internazionale proprio quando le alleanze tradizionali si stanno sgretolando come biscotti inzuppati nel tè. Se questo non è sarcasmo, cos’altro?
In parole povere, dice Jaccarini:
“La volatilità dei prezzi alimentari si riduce solo se si raggiunge insieme l’obiettivo di zero emissioni nette.”
E per dare questa ossigenazione al sistema, si dovrebbero usare fondi climatici provenienti dai paesi più ricchi per aiutare quelli produttori meno preparati ad affrontare l’impatto del clima e a salvaguardare i raccolti e, di conseguenza, le vite dei contadini. Azione concreta o poesia dall’ufficio pro-clima? Decidete voi.
Paul Donovan, l’economista che non perde occasione, ci ricorda quella che dovrebbe essere una riflessione da apply-suo: il rincaro dei fertilizzanti è preoccupante, ma forse non è il pericolo numero uno per i prezzi agricoli nel 2026.
Oh, che meraviglia! Il 2026 potrebbe regalarci un super El Niño, come se non bastassero i drammi che ci affliggono già. Donovan ce lo dice con la solita calma olimpica: se dovesse succedere, carezza asciutta e scarsa disponibilità di acqua potrebbero diventare problemi molto più seri delle carenze di azoto. Insomma, aggiungiamo altra carne al fuoco per il nostro banchetto di disastri climatici.
Le analisi dell’Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) non scherzano affatto: il numero di persone che non sanno dove mettere il piatto potrebbe tornare ai livelli drammatici di inizio 2022, quando la Russia ha spalancato le porte a un’invasione su vasta scala dell’Ucraina. E se la guerra in Iran dovesse durare oltre giugno, con il petrolio che balla stabilmente sopra i 100 dollari al barile, allora il conto delle vittime della fame acuta potrebbe salire di altri 45 milioni. Chapeau.
In questo scenario da incubo, siamo già a 318 milioni di anime che fanno i conti con l’insicurezza alimentare. Dawid Heyl, gestore di portafoglio per la strategia globale sulle risorse naturali presso Ninety One, fa di peggio: vede nel temuto El Niño una spada di Damocle per la produzione alimentare mondiale, ma con tutte le sottigliezze dovute al momento in cui questo fenomeno esploderà, alla sua intensità e durata. Come non apprezzare tanta precisione?
Dawid Heyl ha dichiarato:
“L’avvertivo già molti colleghi e chiunque volesse ascoltare, ma in realtà non ero particolarmente preoccupato dalla guerra Russia-Ucraina per l’inflazione del cibo.”
E poi, come un oracolo che all’improvviso cambia idea, aggiunge:
“Questa volta, invece, la guerra in Iran mi preoccupa molto di più, per l’impatto che ha su azoto, produzione e disponibilità di fertilizzanti.”
A una domanda che avrebbe richiesto chiarezza invece arriva l’apoteosi dell’ambiguità:
“Se due fattori negativi si sommano, allora la situazione potrebbe diventare davvero dura.”
Magari aggiungiamo anche dei trattori che, come in una scena da cinepanettone ma decisamente meno allegra, versano fertilizzanti azotati su file di lattuga romaine a Gonzales, California. E tutto questo grottesco spettacolo è accompagnato dal cambio di stagione del clima, pronto a fare il brutto scherzo non solo in America, ma anche in giro per il pianeta.
India, Australia, Brasile e Argentina sono i paesi citati nelle previsioni come potenzialmente travolti da El Niño, ognuno ovviamente per il motivo più diverso possibile, perché la natura ama l’ironia.
Nel frattempo, l’Unione Europea ci informa, come se fosse una novità rassicurante, che l’evento di El Niño previsto per fine anno potrebbe causare condizioni di estrema siccità in Etiopia nord-occidentale, Sud Sudan e Sudan, mettendo a serio rischio “la stagione agricola principale”. Tradotto: preparatevi a uno spettacolo a cui nessuno vuole assistere.
Sicurezza alimentare e la grande illusione della collaborazione internazionale
Secondo Jaccarini dell’Energy and Climate Intelligence Unit, la soluzione per le paure crescenti sulla sicurezza alimentare risiederebbe nel riconoscere che i rischi per il sistema alimentare globale non solo non spariranno, ma continueranno a crescere come cani rabbiosi.
Ovviamente, la ricetta miracolosa è – state pronti a ridere – rafforzare la collaborazione internazionale proprio quando le alleanze tradizionali si stanno sgretolando come biscotti inzuppati nel tè. Se questo non è sarcasmo, cos’altro?
In parole povere, dice Jaccarini:
“La volatilità dei prezzi alimentari si riduce solo se si raggiunge insieme l’obiettivo di zero emissioni nette.”
E per dare questa ossigenazione al sistema, si dovrebbero usare fondi climatici provenienti dai paesi più ricchi per aiutare quelli produttori meno preparati ad affrontare l’impatto del clima e a salvaguardare i raccolti e, di conseguenza, le vite dei contadini. Azione concreta o poesia dall’ufficio pro-clima? Decidete voi.
Una partita di fertilizzanti a base di urea sta facendo bella mostra di sé nel porto di Yantai, nella provincia cinese di Shandong, pronta per la spedizione. E tutto ciò si svolge come se niente fosse il 26 marzo 2026, mentre il mondo osserva affascinato l’inevitabile arrivo di un El Niño da record, destinato a complicare ulteriormente le già farraginose questioni legate alla sicurezza alimentare, aggravate dalla guerra in Iran.
Gli scienziati del clima, in un sorprendente ottimismo, prevedono sempre più concretamente che un El Niño “caldo” e potente prenderà vita nei prossimi mesi. I meteorologi statunitensi, grandi esperti di previsioni che vanno sempre a colpo sicuro, stimano un incredibile 33% di probabilità che questo evento atmosferico infuocato si manifesti tra ottobre e dicembre.
I modelli climatici europei, mai avari di sorprese, suggeriscono addirittura la possibilità di un El Niño super potente, una sorta di “supereroe” degli eventi climatici. Ovviamente, questa è un’ipotesi da prendere con le pinze grazie all’incognita nota come “barriera primaverile”, che spesso trasforma previsioni ambiziose in delusioni cocenti.
Per chi non fosse un meteorologo, El Niño, che nella lingua spagnola significa “il bambinello”, è la meravigliosa occasione in cui la temperatura superficiale del mare nelle zone tropicali orientali del Pacifico fa un salto e si alza di almeno 0,5 gradi Celsius rispetto alla media storica. Un evento tutto naturale, come un ciclo biologico per i modelli climatici.
Ora, parliamo del “super El Niño”, titolo non ufficiale ma evidentemente spettacolare, che indica un aumento di temperatura marina di almeno 2 gradi Celsius sopra la norma nel Pacifico orientale. Insomma, quando la natura decide che è il momento di giocare in modalità “boss finale”.
Chris Jaccarini, analista senior per il settore alimentare e agricolo dell’Energy and Climate Intelligence Unit, ci ricorda come il 2026 stia per diventare un altro anno in cui conflitti e disastri climatici si abbracciano per aumentare i costi in modo esponenziale.
Chris Jaccarini said:
“I prezzi del cibo sono messi sotto pressione da due fronti: in primo luogo, dagli estremi climatici che sconvolgono le principali regioni agricole e, in secondo luogo, da un sistema alimentare ancora dipendente dai combustibili fossili, che lo espone a impennate nei costi di gas, fertilizzanti, trasporto e packaging.”
Jaccarini continua:
“Ecco perché la probabilità di un El Niño forte è rilevante: può aumentare i rischi meteorologici in un clima già destabilizzato dalle emissioni umane, aggravando l’inflazione spinta dall’alta volatilità dei prezzi dei combustibili fossili.”
L’ipotesi di un “super El Niño” per il 2026 porta con sé prospettive apocalittiche: siccità, carenza d’acqua e disastri agricoli potrebbero diventare non solo la norma, ma addirittura più preoccupanti della semplice scarsità di azoto nei terreni.
Paul Donovan, capo economista alla UBS, non si lascia sfuggire l’occasione per sottolineare che non tutti i prodotti sono ugualmente vulnerabili alle bizze del cielo. Ad esempio, il cacao, gli oli alimentari, il riso e lo zucchero sono tra i primi a sentire il peso dell’El Niño che “alza il tiro”.
Non finisce qui: aspettatevi grandi oscillazioni anche per banane, tè, caffè, cioccolato e perfino per la carne proveniente da animali nutriti con soia. Insomma, una festa tutta tropicale. Il tutto arriva come un buffo contrappasso dopo anni di La Niña, l’eterno sparring partner di El Niño, che ha invece fatto da refrigerante per il pianeta e per i nostri nervi in passato.
Il Grande Casinò della Guerra e dei Prezzi
Mentre Iran e il mondo si scambiano cannonate (o almeno ci provano), i prezzi del petrolio, del gas e dei fertilizzanti sono decollati come un razzo impazzito. Colpa del caos nel vitalissimo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e attraverso cui passa circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti. Peccato che, dopo gli attacchi aerei orchestrati da USA e Israele il 28 febbraio, il traffico marittimo sembri essersi fermato come un orologio rotto.
La notizia di un temporaneo cessate il fuoco tra USA e Iran è stata accolta con un plauso globale, ma gli esperti hanno già chiarito che si tratta più di un segnaposto che di una soluzione. Le settimane di bombardamenti lasceranno cicatrici profonde e un impatto duraturo sulle catene di fornitura.
Nel frattempo, mentre negli USA inizia la stagione della semina e gli agricoltori guardano preoccupati i prezzi schizzati alle stelle, la situazione si aggrava a livelli quasi comici. Già perché la produzione di fertilizzanti è mostruosamente energivora, e il prezzo del gas, ingrediente chiave, continua a salire senza freni.
Paul Donovan, l’economista che non perde occasione, ci ricorda quella che dovrebbe essere una riflessione da apply-suo: il rincaro dei fertilizzanti è preoccupante, ma forse non è il pericolo numero uno per i prezzi agricoli nel 2026.
Oh, che meraviglia! Il 2026 potrebbe regalarci un super El Niño, come se non bastassero i drammi che ci affliggono già. Donovan ce lo dice con la solita calma olimpica: se dovesse succedere, carezza asciutta e scarsa disponibilità di acqua potrebbero diventare problemi molto più seri delle carenze di azoto. Insomma, aggiungiamo altra carne al fuoco per il nostro banchetto di disastri climatici.
Le analisi dell’Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) non scherzano affatto: il numero di persone che non sanno dove mettere il piatto potrebbe tornare ai livelli drammatici di inizio 2022, quando la Russia ha spalancato le porte a un’invasione su vasta scala dell’Ucraina. E se la guerra in Iran dovesse durare oltre giugno, con il petrolio che balla stabilmente sopra i 100 dollari al barile, allora il conto delle vittime della fame acuta potrebbe salire di altri 45 milioni. Chapeau.
In questo scenario da incubo, siamo già a 318 milioni di anime che fanno i conti con l’insicurezza alimentare. Dawid Heyl, gestore di portafoglio per la strategia globale sulle risorse naturali presso Ninety One, fa di peggio: vede nel temuto El Niño una spada di Damocle per la produzione alimentare mondiale, ma con tutte le sottigliezze dovute al momento in cui questo fenomeno esploderà, alla sua intensità e durata. Come non apprezzare tanta precisione?
Dawid Heyl ha dichiarato:
“L’avvertivo già molti colleghi e chiunque volesse ascoltare, ma in realtà non ero particolarmente preoccupato dalla guerra Russia-Ucraina per l’inflazione del cibo.”
E poi, come un oracolo che all’improvviso cambia idea, aggiunge:
“Questa volta, invece, la guerra in Iran mi preoccupa molto di più, per l’impatto che ha su azoto, produzione e disponibilità di fertilizzanti.”
A una domanda che avrebbe richiesto chiarezza invece arriva l’apoteosi dell’ambiguità:
“Se due fattori negativi si sommano, allora la situazione potrebbe diventare davvero dura.”
Magari aggiungiamo anche dei trattori che, come in una scena da cinepanettone ma decisamente meno allegra, versano fertilizzanti azotati su file di lattuga romaine a Gonzales, California. E tutto questo grottesco spettacolo è accompagnato dal cambio di stagione del clima, pronto a fare il brutto scherzo non solo in America, ma anche in giro per il pianeta.
India, Australia, Brasile e Argentina sono i paesi citati nelle previsioni come potenzialmente travolti da El Niño, ognuno ovviamente per il motivo più diverso possibile, perché la natura ama l’ironia.
Nel frattempo, l’Unione Europea ci informa, come se fosse una novità rassicurante, che l’evento di El Niño previsto per fine anno potrebbe causare condizioni di estrema siccità in Etiopia nord-occidentale, Sud Sudan e Sudan, mettendo a serio rischio “la stagione agricola principale”. Tradotto: preparatevi a uno spettacolo a cui nessuno vuole assistere.
Sicurezza alimentare e la grande illusione della collaborazione internazionale
Secondo Jaccarini dell’Energy and Climate Intelligence Unit, la soluzione per le paure crescenti sulla sicurezza alimentare risiederebbe nel riconoscere che i rischi per il sistema alimentare globale non solo non spariranno, ma continueranno a crescere come cani rabbiosi.
Ovviamente, la ricetta miracolosa è – state pronti a ridere – rafforzare la collaborazione internazionale proprio quando le alleanze tradizionali si stanno sgretolando come biscotti inzuppati nel tè. Se questo non è sarcasmo, cos’altro?
In parole povere, dice Jaccarini:
“La volatilità dei prezzi alimentari si riduce solo se si raggiunge insieme l’obiettivo di zero emissioni nette.”
E per dare questa ossigenazione al sistema, si dovrebbero usare fondi climatici provenienti dai paesi più ricchi per aiutare quelli produttori meno preparati ad affrontare l’impatto del clima e a salvaguardare i raccolti e, di conseguenza, le vite dei contadini. Azione concreta o poesia dall’ufficio pro-clima? Decidete voi.



