Quando difesa vuol dire spreco: il Fondo monetario stufa di conti folli sulla guerra

Quando difesa vuol dire spreco: il Fondo monetario stufa di conti folli sulla guerra

Ah, la pace in Medio Oriente: un equilibrio così fragile che basterebbe uno starnuto diplomatico per far tornare tutto in fiamme. Il recente cessate il fuoco annunciato a gran voce da Donald Trump sembra più una sceneggiata per calmare i mercati che un autentico annuncio di pace. Sì, le armi sono temporaneamente silenziate, ma le questioni economiche globali restano in preda al panico, prigioniere di una spesa militare che fa impallidire qualsiasi tentativo di equilibrio nei conti pubblici. Il Fondo Monetario Internazionale ci regala un’ennesima bomba d’allarme sulla follia del riarmo mondiale, che sembra più una gara a chi dissangua più velocemente il proprio paese.

Nel secondo e terzo capitolo del World Economic Outlook, presentato la settimana prossima, si legge un messaggio tanto chiaro quanto inquietante: la guerra torna a ridisegnare il panorama globale con una voracità che manco la fine della Seconda Guerra Mondiale aveva mai evidenziato. Eccoci quindi di fronte all’ennesimo bivio epocale: si possono finanziare i cannoni o lo Stato sociale. Indovinate un po’ chi sta perdendo? Esatto, proprio quei Paesi come l’Italia con “spazio fiscale limitato”, che si ritrovano a dover scegliere tra capitale umano e costante declino economico.

Le conseguenze devastanti della guerra

Non parliamo soltanto di vittime o macerie fisiche, ma di un conto economico mai visto prima. Gli esperti di Washington parlano di un impatto sistemico «eccezionale», sottolineando che la guerra non è solo un dramma umano ma una voragine economica senza fondo che lascia dietro di sé solo compromessi macroeconomici impossibili da digerire. Nelle zone di conflitto il sistema produttivo sprofonda in un baratro: la produzione cala in media del 3% all’inizio e si aggrava fino a perdere il 7% in cinque anni, un’agonia che supera persino quella causata da crisi finanziarie o disastri naturali.

E come se non bastasse, questi traumi incistati diventano malattie croniche per l’economia globale: il contagio si propaga con lo stile di un’epidemia, coinvolgendo partner commerciali e stati vicini, lasciando cicatrici che perdurano per più di un decennio. Perciò, mentre festeggiamo la tregua a Teheran, la regione è esposta a una tempesta economica pronta a far saltare qualsiasi fragile accordo.

La folle corsa al riarmo e i conti che non tornano

Come se la guerra finisse, parte invece la danza macabra della spesa militare: anche le “nobili” democrazie occidentali, ovviamente incluse Italia, mettono mano al portafogli per blindare la loro “sicurezza”. Il Fmi descrive un panorama in cui sempre più governi stanno rispolverando i bilanci per finanziare armi e strategie militari, in nome di “crescenti tensioni geopolitiche” e “accresciute preoccupazioni per la sicurezza”. Non si dica che non sono stati avvertiti: l’aumento della spesa per la difesa potrebbe, e dico potrebbe, aumentare le vulnerabilità economiche nel medio termine. Strano a dirsi, ma chi scommette tutto sull’acciaio finisce per trovarsi con una pancia vuota.

Gli economisti di Washington smascherano questo circolo vizioso: i picchi di spesa militare durano mediamente tre anni e fanno lievitare la spesa per la difesa di quasi tre punti percentuali del PIL. E mentre questo succede, il vero conto corrente, quello sociale e umano, si prosciuga progressivamente. Insomma, finanziare i cannoni sembra troppo spesso l’alternativa preferita alle cure per il tessuto sociale, che in questo scenario assume un ruolo da comparsa vittima sacrificale.

Un ritmo che non poteva mancare di imitare fedelmente, quasi in una coreografia sgangherata, la richiesta fatta ai membri della Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO): raggiungere il mirabolante 5% del PIL in spese militari entro il 2035. Intanto, con l’innesto di denaro fresco, la produzione industriale mostra un acceso sussulto nei primi mesi — una gioia passeggera, tristemente destinata a scemare appena il conto alla fine arriva. Come ciliegina sulla torta, la spesa per la sicurezza non stimola il volano civile così come ci si potrebbe illudere; anzi, “gli aumenti della spesa per la difesa si traducono quasi uno a uno in maggiore produzione economica”, vale a dire niente moltiplicatori miracolosi, solo un becero risultato diretto. Magia? No, solo aritmetica economica.

E quando pensate che il benessere industriale locale possa gioire, ecco la delusione: quei pochi benefici evaporano come neve al sole quando parte di quello stimolo viene speso per importare armi straniere. Tradotto: pompare denaro in difesa significa soprattutto ingrassare aziende… di altri paesi. Bella mossa, non c’è che dire, un capolavoro di nazionalismo utile solo a riempire le tasche altrui.

Un’analisi da non perdere

L’inevitabile disastro nei conti pubblici non si fa attendere e punta dritto alla sistemicità, quel caro difetto che rende impossibili facili scappatoie e vorrebbe anzi scatenare il sacro terrore nelle cancellerie più fragili, di quelle felici di flirtare con deficit blindati come Francia e Italia. Spoiler: questo modo di giocare con i soldi pubblici, cioè aumentare i bilanci militari, significa una sola cosa: espandere il debito. Il Fondo Monetario Internazionale fa eco e non lascia spazio a speranze zuccherose: “i boom nella spesa per la difesa vengono per lo più finanziati in deficit nel breve termine”.

Dietro la cortina fumogena delle spese militari che dovrebbero essere la panacea di ogni male economico, il Fmi autenticamente si sbilancia con numeri da cinema dell’orrore: deficit in peggioramento di circa il 2,6% del PIL e aumento del debito pubblico di ben 7 punti percentuali entro soli tre anni dall’inizio della corsa al riarmo. Se poi scoppiasse una guerra, preparatevi a un impennata da 14%, mica bruscolini. Insomma, più cannonate e meno biscotti per tutti.

I fan della difesa statale potrebbero gioire nel breve periodo, grazie al boost della crescita appena si immette liquidità nei bilanci militari. Ma, cari sognatori del cannone, ecco la mazzata finale: l’aumento del debito pubblico ha la stupefacente capacità di spiazzare gli investimenti privati, annullando di fatto qualsiasi beneficio iniziale. Chi l’avrebbe mai detto? E poi, come se non bastasse, il Fmi traccia scenari da film horror del risparmio: per riallineare i bilanci è previsto un massacro sociale senza precedenti.

Il monito arriva chiaro e tondo: “i riordini delle priorità di bilancio tendono a essere a scapito della spesa per protezione sociale, sanità e istruzione”. In parole povere, dovrete scegliere tra i missili e il burro, tra la pace domestica e la guerra globale, tra un futuro dignitoso o un fervido arsenale. Buona fortuna con la scelta, popolo sovrano.

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