Se qualcuno pensa che aprire di nuovo lo stretto di Hormuz significhi automaticamente rivedere la situazione come se niente fosse accaduto, beh, sono dolori. Secondo il governo tedesco, occorrono dalle tre alle sei settimane per rimettere in moto le rotte marittime verso l’Europa dopo una riapertura. E per gli ottimisti tra noi, alcuni analisti di settore affermano che le compagnie di navigazione ci metterebbero almeno due mesi a ricominciare a navigare senza intoppi. Henning Gloystein, la mente dietro Eurasia Group energia e risorse, fa i conti in tasca: una petroliera da Singapore al Golfo ci mette quattro settimane, quindi le consegne di greggio potrebbero riprendere solo dopo otto settimane da quando le navi mollano l’ormeggio.
Calma, non è finita. Di norma, ogni giorno sino a 135 navi attraversano lo stretto di Hormuz. Ieri mattina? Solo tre scintillanti esemplari a farsi vedere. Roba da far impallidire qualsiasi ingorgo autostradale durante le vacanze.
Il disastro energetico che non passa mai di moda
La International Energy Agency ci regala l’ennesima pepita di pessimismo: più di 40 asset energetici strategici nella regione risultano feriti, e non poco. Simone Tagliapietra, senior fellow al mitico think tank Bruegel, ci mette la faccia e, con voce pacata ma tagliente, specifica che una tregua temporanea rischia di essere solo una boccata d’aria fresca nel caos più assoluto:
«Le implicazioni energetiche di una tregua temporanea non sono così strutturali come si può immaginare. Si guadagna tempo nel breve periodo, ma è tutto da dimostrare che il traffico nello Stretto torni ai livelli di prima.»
I tempi per rimettere a posto i pezzi variano e sono quasi tutti misurati in mesi, qualcuno persino in anni. Per chi non lo sapesse, dallo stretto passa un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare e un quinto del gas naturale liquefatto. Dopo appena cinque settimane di stop, l’istituto Kpler è spietato con la economia globale: 11 milioni di barili al giorno tagliati, scesi da 15 a 7 milioni, una vera e propria mazzata. Neanche l’aggiunta di 3 milioni di barili provenienti dalle raffinerie riesce a tappare il buco di 6 milioni di barili giornalieri. Senza un intervento pubblico, Kpler ci incanta con una perla da urlo: per far quadrare domanda e offerta servirebbero prezzi tra i 160 e i 170 dollari al barile. Non proprio una spesa accessibile per tutte le tasche.
Quando la pazienza è finita: il traffico marittimo bloccato e i sogni infranti
Tre settimane fa, un poema epico degno di Vortexa ci ricordava che, anche se lo stretto riaprisse, le superpetroliere con i loro 4 milioni di barili a carico non avrebbero fatto miracoli. Se davvero ci fossero 400 milioni di barili pronti a partire dal Golfo, andrebbero a scontrarsi con il classico ingorgo navale da far venire i capelli grigi anche al più paziente capitano. In questo teatro tragicomico il solo Iraq fa un passo avanti, con la Basra Oil Company che persevera nel magico ottimismo dichiarando di poter riprendere le esportazioni a 3,4 milioni di barili al giorno entro una settimana dall’apertura.
Per il resto del Golfo, invece, il disilluso Claudio Galimberti di Rystad Energy ci regala la regola aurea di questo disastro: il tempo di recupero della produzione sarà pari alla durata del blocco. Tradotto: se la pausa si trascina, ci metteremo mesi prima di rivedere qualche luce in fondo al tunnel.
E non è finita: almeno 220mila barili al giorno di esportazioni di GPL restano fuori servizio per tempi più lunghi del previsto, senza contare i 925mila barili giornalieri bloccati nei terminali di Juaymah e Ras Laffan, letteralmente a pezzi.
Il dilemma occidentale: quando i nodi vengono al pettine
E mentre tutto ciò fa sobbalzare la geopolitica, l’Occidente si trova davanti a un nodo gordiano ben più difficile da sciogliere di quanto si vuole ammettere. Il traffico bloccato e le perdite sul mercato energetico non sono solo numeri da bollette più care, ma rappresentano un momento di verità sul grado di vulnerabilità di un’economia che si vanta di essere “resiliente”. Nel frattempo, le Borse arrancano, gli asset rifugio come oro e dollaro galoppano e il prezzo del petrolio fa le valigie verso l’alto senza chiedere il permesso.
Insomma, la tanto decantata tregua temporanea rischia di essere solo una parentesi che accentua le contraddizioni, ingarbuglia le rotte commerciali e rende ridicola ogni narrazione ufficiale di ripresa immediata. Se almeno ci fosse qualche piano B decente, ma come sempre, l’unico vero piano sembra essere il rischio di una crisi che dura e farà danni anche quando sembrerà passata.
Che sorpresa, il protagonista assoluto della crisi energetica è proprio il GNL. L’attacco del 18 marzo ha fatto calare la capacità produttiva di Ras Laffan del 17%, con danni che, pazienza, si risaneranno tranquillamente in 3-5 anni. Nel frattempo, i consulenti di Wood Mackenzie ci spiegano con la loro solita calma che questa interruzione causerà effetti pesantissimi fino al 2028. E come ciliegina sulla torta, l’economista Luca Moneta di Allianz Trade ci avverte che si rischia una domanda asiatica spropositata e una lenta ripresa della produzione, il tutto proprio nelle fredde e accoglienti stagioni invernali. Più chiaro di così, no?
Per l’Europa, però, la tragedia principale non è la disponibilità, ma il prezzo. Attualmente, gli stoccaggi sono al misero 28%, ben sotto la media stagionale, anche se l’Italia si prende la brava pagnotta con un dignitoso 43,56%. Se il blocco dovesse insistere come un ospite molesto, almeno si riuscirà a riempire le riserve prima dell’inverno… ma a prezzi da capogiro. Tagliapietra ci delizia poi con un calcolo degno di una partita di Monopoli: tenendo il gas attorno ai 45 euro per megawattora, rifornire l’Europa costerebbe ben 26 miliardi di euro, cioè il 20% in più dello scorso anno. Ma se, invece, il prezzo decide di strafare sopra i 70 euro, come è successo recentemente, il conto lievita a 40 miliardi, praticamente il doppio. Ma guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto che il gas in Europa costasse così tanto?
La tragedia del Jet Fuel: raffinazione, prezzi e dipendenze
Se pensavate che la storia finisse qui con il gas, siete fuori strada. Ecco arrivare il jet fuel, il carburante degli aerei, che vanta processi di raffinazione ancora più intricati e lunghi: i prezzi si sono più che raddoppiati dall’inizio del conflitto. Il dottissimo Willie Walsh, direttore generale della International Air Transport Association (IATA), ci regala un pronostico entusiasmante: per ritornare a livelli di offerta decenti serviranno mesi, dati i danni alle capacità di raffinazione in Medio Oriente.
L’Europa? Ah, quella dipende dal Medio Oriente per importare questo benedetto jet fuel molto più di quanto dipenda per il petrolio greggio. La sapiente ricercatrice di Bruegel ci ricorda che questa dipendenza ha fatto del settore jet fuel “il tallone d’Achille” della sicurezza energetica europea. Non una bella figura, complimenti.
Nel frattempo, restiamo inchiodati a osservare le montagne russe dei prezzi delle materie prime essenziali. Il Brent, dopo aver toccato vertici stellari di 120 dollari al barile, è precipitato del 17%, a circa 91 dollari, alla notizia della tregua. Ma l’analista Matt Britzman di Hargreaves Lansdown fa il guastafeste e precisa che i prezzi non torneranno mai ai livelli prebellici (64-65 dollari, 73 secondo le stime di Allianz Trade) finché non ci sarà libera circolazione senza le simpatiche e invadenti dogane iraniane.
Ah, e non dimentichiamoci dei fertilizzanti, vero? Sono vitali per l’agricoltura e dipendono per il 20% dall’urea proveniente dallo stretto di Hormuz. Il commissario europeo all’agricoltura, Christophe Hansen, ci offre una perla di saggezza in un’intervista recente: un cessate il fuoco sarebbe “positivo”, ma ovviamente non significherebbe alcun sollievo a breve termine. Che conforto, vero?



