Trump ci riprova con la Groenlandia mentre la guerra in Iran spalanca le crepe della Nato

Trump ci riprova con la Groenlandia mentre la guerra in Iran spalanca le crepe della Nato

Sembrerebbe che Donald Trump non si stanchi mai di coltivare vecchi rancori, questa volta rivolgendo di nuovo lo sguardo verso quella meraviglia climatica nota come Groenlandia, mentre si sfoga come un bambino viziato per la sua gloriosa alleanza NATO, sempre più sul viale del tramonto tra fratture diplomatiche e dissapori da campagna elettorale.

Nel suo fiorito post su Truth Social, il nostro ex presidente ha affermato con la sottigliezza di un carro armato:

“LA NATO NON ERA PRESENTE QUANDO NE AVEVAMO BISOGNO, E NON CI SARÀ SE AVRÒ BISOGNO DI NUOVO. RICORDATE GROENLANDIA, QUEL PEZZO DI GHIACCIO GROSSO E MALGESTITO!!!”

Questo gioiellino retorico arriva dopo un generoso annuncio di una tregua di due settimane nel conflitto con l’Iran, una pausa più che altro verbale, dato che Trump non ha mai nascosto la delusione per i mancati alleati NATO, accusati di essersi defilati dal campo di battaglia. Ovviamente, ha minacciato anche di disertare dal patto di alleanza, come se fosse un capriccio all’ultimo minuto.

Proprio qualche giorno fa il nostro si è divertito a lanciare bordate contro la NATO e, in modo più criptico, contro la povera Groenlandia:

Donald Trump ha dichiarato durante una conferenza stampa alla Casa Bianca:

“Tutto è iniziato, se volete sapere la verità, con Groenlandia. La vogliamo, loro non vogliono darcela. E io ho detto: ‘addio’.

Eh sì, perché certe aspirazioni imperialiste sono più complicate di quanto sembri quando si tratta di un “pezzo di ghiaccio” gestito da Danimarca, un territorio autonomo che non ha proprio intenzione di sfilarsi dalle proprie proprietà all’ennesima bizzarria presidenziale.

I rapporti con gli alleati europei sono alquanto tesi, specialmente dopo che Trump ha minacciato tariffe contro vari paesi del Vecchio Continente e fatto intendere che un’azione militare per mettere le mani su Groenlandia fosse sul tavolo, un’idea a dir poco affascinante che ricorda le peggiori sceneggiature di un film di serie B.

In gennaio, era stato persino annunciato un “accordo quadro” con il segretario generale della NATO, Mark Rutte, per il futuro della stessa Groenlandia. Ma nel frattempo, la guerra con l’Iran ha infiammato nuove tensioni: diversi membri della NATO hanno gentilmente declinato l’invito a partecipare alla campagna militare congiunta guidata dagli Stati Uniti e da Israele, negando l’uso del proprio spazio aereo e declinando l’invio di flotte navali per riaprire lo Stretto di Hormuz alle rotte energetiche.

Le parole di Trump di mercoledì, arrivate subito dopo un incontro alla Casa Bianca con Rutte, sono state accompagnate da un curioso commento della portavoce Karoline Leavitt, che ha twittato qualcosa sul fatto che la NATO avesse “voltato le spalle al popolo americano”. Più raffinato di così…

Mark Rutte ha ammesso il problema in un’intervista a CNN, concedendo che il presidente “è chiaramente deluso da molti alleati NATO, e posso anche capirlo”.

Solo la settimana scorsa Trump aveva furbescamente etichettato la NATO come una “tigire di carta” (nel vero senso della parola, senza un graffio vero), e ha detto esplicitamente che sta valutando il ritiro dall’alleanza, accusando gli europei di approfittare delle garanzie di sicurezza statunitensi offrendo supporto… beh, quasi zero.

Michael Feller, stratega di Geopolitical Strategy, ha commentato la mossa di Trump con una saggezza quasi disarmante:

“Non si può sputare contro l’alleanza all’infinito senza renderla praticamente inefficace”.

Questo mentre l’Iran sembra mettere alla prova l’unità del blocco NATO, offrendo esenzioni a Spagna e Turchia per il loro petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz.

Nel frattempo, il Pentagono ha orchestrato un rilascio studiato di notizie riguardo a nuove attività militari in Groenlandia. Secondo un rapporto del New York Times, gli Stati Uniti stanno negoziando con la Danimarca per ottenere accesso a tre nuove basi militari sull’isola, un’espansione che non si vedeva da decenni.

Feller non ha dubbi sull’intento:

“Non si tratta di preparare un’invasione, ma di un chiaro tentativo di fare un po’ di spavalderia e mandare un messaggio intimidatorio.”

E se la tregua con l’Iran durava meno di 24 ore, è bastato poco per vedere che i buoni propositi sono una chimera: il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha accusato Washington di aver violato i termini del cessate il fuoco, mentre Israele ha scatenato i suoi attacchi più pesanti sul Libano, con centinaia di vittime e un ammonimento da Teheran a rinunciare all’idea stessa di trattative di pace con gli Stati Uniti.

In sostanza, una situazione esplosiva e precaria che ci ricorda che in politica, come nella guerra, nulla è mai come sembra e, soprattutto, l’arte del far casino rimane prerogativa esclusiva di certi attori sulla scena mondiale.

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