Dal Molise al ponte di Messina l’ambiente che importa davvero poco a qualcuno

Dal Molise al ponte di Messina l’ambiente che importa davvero poco a qualcuno

Cominciamo dall’epilogo, per una volta, parlando della soluzione definitiva al martirio idrogeologico nel nostro amatissimo Belpaese, spaccato in due come un’arancia marcia proprio sul versante adriatico, in Molise — quella regione che, come tutti sappiamo, è praticamente un’invenzione. Ovviamente, non aspettatevi una panacea unica e magica; qui più che mai bisogna parlare al plurale: soluzioni. E non pensate che bastino cavi, macchinari e forbici per tagliare i fondi perché il problema non si risolve solo con la tecnica o gli investimenti. Se fossimo così avanti, questo incubo sarebbe una storia passata da decenni. E invece eccoci, come un disco rotto, a rimuginare la stessa tragedia, dalla Calabria a Niscemi, dal Veneto all’Abruzzo, coltivando con orgoglio il primato poco ambito: 620.000 frane censite in Italia su 750.000 nell’intera Europa. Imbarazzante, vero?

Frane: un bollettino di guerra senza fine

Prendiamo l’ultimo caso clamoroso: una frana intermittente, quel gioiellino instabile che non puoi delimitare, né tantomeno fermare, perché continua a lavorare come un operaio instancabile per mesi e mesi. Ricorda un po’ le frane eternamente irrisolte di Niscemi, Ancona o del Messinese, che ormai conosciamo perfettamente ma di cui continuiamo a ignorare la gravità. Dimenticare e andare avanti con la stucchevole ricetta delle opere pubbliche a pioggia, cemento e massicciate è la strategia preferita. Come se buttare soldi in dighe e argini fosse la bacchetta magica che tutto risolve. E invece niente: serve cambiare paradigma. Prima di tutto bisogna smettere di infierire sul territorio, come se fosse una discarica post-bellica, e imparare a lasciar vivere i versanti e i fiumi. Meno intromissioni, meno costruzioni folli, più rispetto per un sistema geologico giovane e vivace, che non ha certo bisogno della nostra presunzione per fare danni.

Il mito della betonificazione come rimedio

Però, tranquilli, l’idea di mettere mano al territorio costruendo e infrastrutturando ovunque è sempre la più popolare. Preparare il terreno al disastro diventa così un’impresa quotidiana: edificare nelle golene, sradicare vegetazione riparia, smantellare sedimenti fluviali e imporre dighe dove le acque dovrebbero fluire tranquille è la ricetta ufficiale. Come ci spiegano, più cemento=più sicurezza. Una formula tanto geniale quanto fallimentare, visto che il territorio che sottrai al fiume si riprende sempre ciò che gli spetta, prima o poi. Non ci sono casseforme o tonnellate di ferro armato che tengano. Magari basterebbe un passo indietro, anzi due, in nome della natura, quella vera, senza filtri e intromissioni umane.

Una questione di buon senso che suona quasi rivoluzionaria: più natura equivale a più sicurezza. No, non è uno slogan zen, è la cruda verità scientifica che pochi però hanno il coraggio di affrontare, forse perché significa mettere in discussione interessi consolidati e speculazioni edilizie mascherate da crescita.

La soluzione che dà più fastidio: delocalizzare

Ecco l’idea che fa saltare i nervi a molti: meno costruzioni, meno opere titaniche, più delocalizzazione delle popolazioni che abitano in zone ad altissimo rischio idrogeologico. Farlo in fretta, senza rituali inutili. Non è un paradosso, è solo la realtà di un’Italia in cui il 95% dei comuni hanno almeno un lembo del loro territorio marcatamente esposto al pericolo. Che senso ha costruire o cementificare ancora, quando il resto del territorio naturale sta già arrancando a tenere? È come mettere un cerotto su una gamba ormai ridotta a brandelli.

Non è un caso che le immagini del fiume Trigno che spazza via tutto si impongano come una crudele cartina di tornasole del risultato delle nostre “soluzioni”. Ma tant’è, si continuerà a preferire il tappeto di cemento di un’illusione piuttosto che affrontare il problema con intelligenza, umiltà e rispetto per la natura e la geologia.

Parliamo di viadotti e strade, quelle che, evidentemente, dovrebbero fermare frane e ogni altra meraviglia che la natura ci riserva di volta in volta. Quale muro potrebbe mai arginare il disastro eterno? Perché, come sanno i più saggi tra noi, esiste una differenza fondamentale tra un fiume e un canale, tra una collina e un paesino da difendere… ma evidentemente troppo complicata da capire per chi sogna soluzioni ingegneristiche a portata di bacchetta magica.

Ah, naturalmente, c’è sempre il nostalgico delle infrastrutture epiche, quelle che risolverebbero ogni problema se solo si volesse, dimenticando l’evidenza che spesso un’opera potrebbe essere un discreto disastro ambientale travestito da soluzione.

Quando il mito delle “vasche di laminazione” incontra la realtà

Le vasche di laminazione sono una di quelle idee che stanno bene su carta, magari funzionano pure – come sull’Arno alla porta di Firenze – ma, sorpresa sorpresa, in altri contesti si rivelano una maledizione ambientale. Prendiamo il Tagliamento: là le vasche si trasformano in un incubo. Per i fiumi più piccoli e torrentizi del Belpaese, quelli che scorrono tra le nostre amate colline e paesini dimenticati, spesso non c’è nemmeno lo spazio per scavarle. E se lo si facesse, il risultato sarebbe uno squilibrio ambientale peggiore dei modesti benefici idraulici che ci si aspettava.

Ma non è finita qui: altre cosette pensate come “opere efficaci” si rivelano invece inutili, o peggio, dannose. Un gran bel problema, no? L’unica vera soluzione sarebbe la rinaturazione del territorio, quella che l’Europa – udite udite – ci chiede di attuare con tanto di fondi e regolamenti. Ovviamente, anche questa ha un costo, e richiede fatica vera e lavoro sul campo, quindi meglio lasciar perdere e costruire ancora qualche follia tecnologica che sembri più affascinante.

Le risorse economiche non mancano, a patto che non si preferisca continuare a investire in opere faraoniche e inutili, figli di quella “mentalità” che ha già portato al disastro diffuso del territorio italiano. Ma tanto, cosa volete farci, l’importante è che il cemento scorra a fiumi, no?

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