Morgan Stanley cambia idea sull’Europa proprio mentre il continente paga il conto della guerra in Iran

Morgan Stanley cambia idea sull’Europa proprio mentre il continente paga il conto della guerra in Iran

Oh, guarda un po’, la gloriosa Europa sta passando da “overweight” a “underweight” nei portafogli di Morgan Stanley Investment Management. Colpa di quei gentili rincari dell’energia che continueranno a mordere come un cucciolo a una gamba, affossando qualsiasi illusione di crescita. E tutto questo nonostante il miracolo del cessate il fuoco in Medio Oriente, che, per quanto siano stati rapidi nel firmarlo, non ha ancora fatto miracoli sui prezzi del petrolio, pur avendoli leggermente alleviati mercoledì scorso.

Il maestro della saggezza finanziaria, Jim Caron, Chief Investment Officer di soluzioni cross asset, ci annuncia, con fare quasi mesto, che stanno ricomponendo i loro portafogli strizzando l’occhio agli Stati Uniti. Eh già, quella “America” tanto criticata all’inizio dell’anno ora sembra un porto sicuro, o almeno così vogliono farci credere, mentre l’Europa deve fare i conti con un’Altra Guerra Ipnotica in Iran. Quella bella batosta che porta in dote inflazione galoppante, bollette astronomiche e stimoli fiscali inutilmente riassegnati a tamponare il disastro invece di spingere la crescita.

La danza delle contraddizioni

Ah, ricordate il tanto decantato “trade Sell America”, la danza che avrebbe convinto tutti a voltare le spalle agli Stati Uniti dopo che il Presidente Donald Trump (sì, proprio lui) aveva svelato il suo piano “Liberation Day” con tariffe da far tremare? Bene, è proprio questo spartito che ora viene riscritto con un bel colpo di bacchetta iraniana. Caron ci racconta allegramente come la Europa fosse nel posto giusto per riequilibrare la partita tra USA e Cina, finché non è arrivato il massacro dell’energia a inchiodarci tutti.

Jim Caron ha detto durante quel teatro chiamato webinar sull’”investment landscape”:

“Pensavamo che l’Europa avrebbe proseguito con più slancio… era in una posizione dolce per riequilibrare tra Stati Uniti e Cina. Ora invece dovrà fronteggiare uno shock esogeno: petrolio e prezzi energetici più alti, che, anche se di residuo impatto, non caleranno troppo a causa della distruzione dell’offerta che si è verificata.”

Insomma, un’ottima notizia per tutti gli amanti della prevedibilità. In compenso, la resilienza americana si conferma un gioiello del portfolio, “molto più attraente” e “molto più fortificata”. Tradotto: se vuoi sopravvivere, mettiti in USA e spera bene. Comunque sia, nessun ritorno a quei prezzi petroliferi tra i 65 e i 70 dollari al barile – sai, quei bei tempi di inizio anno quando si poteva ancora sognare. No, no, il rialzo sarà permanente e l’Europa, che notoriamente ama le sofferenze, ne pagherà il conto più salato di tutti.

Brent crude, quel termometro globale che indica se è il momento di fare festa o di piangere nel deserto, ha visto crollare i prezzi di oltre il 15% dopo l’annuncio del cessate il fuoco – quasi come se per miracolo qualcuno avesse staccato la spina alla catastrofe. Eppure, Caron ci ricorda senza un filo di ottimismo:

“Le economie europee sono molto più sensibili a questi prezzi energetici. Gran parte degli stimoli che sarebbero stati destinati alla crescita ora verranno assorbiti per tamponare proprio questi costi.”

L’Asia fa da comparsa

Passiamo al solito protagonista asiatico della nostra saga: il Giappone. Qui Caron ha puntato gli occhi, forse perché, diciamocelo, quando l’Europa si fa il sangue amaro, l’Asia si prende qualche applauso.

La strategia è raffinata: un lieve “overweight” sulle banche giapponesi, che però potrebbe diventare un “overweight” più deciso, finanziato attingendo dal portafoglio europeo ormai prosciugato di idee e capitali.

Le banche, sempre loro, ci ricordano che forse conviene più guardare a Oriente che a casa nostra, visto che l’Europa si trova a dover combattere con una tempesta perfetta di venti contrari. Sicuramente un’opzione da prendere in considerazione, insieme a qualche occhiata agli industriali giapponesi, altro settore che fa alzare qualche sopracciglio in questi giorni di dubbi finanziari.

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