L’omicidio di Giulia Tramontano non è stato il semplice risultato di un raptus o di un gesto impulsivo, anzi, la sentenza ribalta il copione definendolo un agguato premeditato. La procura generale della Cassazione, in un colpo di teatro giudiziario, ha chiesto di riconoscere l’aggravante della premeditazione che la Corte d’Assise di Milano si era ben guardata dall’applicare a Alessandro Impagnatiello, il fidanzato della sfortunata vittima incinta di sette mesi, brutalmente accoltellata nel maggio 2024.
La sostituta procuratrice generale, Elisabetta Ceniccola, ha presentato un ricorso con la grazia di chi pensa che la giustizia debba sempre prendersi una seconda chance, sollecitando un nuovo processo d’appello bis per riesaminare la questione della premeditazione. Per chi vuole i dettagli macabri, la ventinovenne Giulia è stata colpita da ben 37 coltellate la sera del 27 maggio 2023, nel loro appartamento in affitto a Senago, una tranquilla periferia a due passi da Milano.
Le indagini erano state affidate ai carabinieri del Nucleo investigativo di via della Moscova, coordinati dagli inflessibili pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella. La chicca velenosa del caso sta nel fatto che Impagnatiello avrebbe somministrato alla povera Giulia un veleno per topi per mesi, come a preparare un cocktail letale a base di tormento domestico. Peccato che la corte di secondo grado non avesse trovato alcuna prova di un proposito assassino antecedente al pomeriggio fatale del 27 maggio. Insomma, niente premeditazione, perlomeno fino a qualche ora prima del delitto.
I giudici d’appello hanno deciso che il pensiero del crimine si è fatto spazio solo nelle ore immediatamente precedenti all’omicidio. E così, per loro, quell’aggravante imprescindibile della premeditazione – sia cronologica che psicologica – si misura solo in quel corto lasso di tempo, lasciando intendere una specie di ‘furia’ improvvisa, anche se la povera Giulia giaceva già in un letargo tossico da veleno per topi.
Un agguato con tempi da manuale, ma senza premeditazione?
La procura generale della Cassazione, invece, non ci sta a passare per quella che cerca un pelo nell’uovo. Secondo la pg Ceniccola, che si mantiene affilata come l’arma del delitto, proprio non capisce come la corte d’assise d’appello possa banalizzare un agguato con tutte le carte in regola: dall’arma già pronta alle piccole astuzie tipo la rimozione del tappeto per nascondere le tracce, dettagli concessi solo nella sentenza di primo grado.
Per Ceniccola, l’omicidio è stato preparato con tutta la pazienza del mondo, lasciando al reo tutto il tempo per riflettere e giungere a una decisione ben calcolata. Insomma, un piano diabolico, ma magari troppo lungo e noioso da essere considerato premeditazione secondo la corte.
Nel frattempo, durante la requisitoria, il sostituto procuratore della Cassazione ha chiesto di respingere il ricorso della difesa di Impagnatiello, rappresentata dall’avvocata Giulia Geradini, che tenta persino di far cadere l’aggravante della crudeltà e di ottenere le attenuanti generiche. Sarebbe un vero colpo di scena: da ergastolo a “soli” 30 anni di galera, come se potesse essere una buona notizia.
La pg Ceniccola non si lascia incantare e sottolinea che molte parti della confessione di Impagnatiello non quadrano affatto con gli elementi raccolti. Quanto alla crudeltà, aggiunge che la corte d’appello ha sostenuto la decisione con argomentazioni “coerenti”, un termine che sembra più un eufemismo in questo contesto.
Ora tutti in attesa di una sentenza che dovrebbe arrivare stasera. Sarà interessante vedere se la giustizia cambierà idea o confermerà che, quando si tratta di premeditazione, a Milano si intendono tempi e fasi molto… elastiche.



