Gli Usa e l’Iran firmano una tregua che dipende da mille se e ma: adesso cosa potrebbe davvero succedere?

Gli Usa e l’Iran firmano una tregua che dipende da mille se e ma: adesso cosa potrebbe davvero succedere?

Un cessate il fuoco temporaneo tra USA e Iran ha scatenato un’ondata di sollievo che avrebbe fatto impallidire persino un saldatore esperto, sollevando mercati e investitori speranzosi. Ma, ovviamente, gli esperti hanno subito fatto notare che qualsiasi accordo di pace duratura si scontrerà con un gigantesco, grottesco e monumentale deficit di fiducia tra le parti. E chi l’avrebbe mai detto?

Questa tregua è arrivata grazie a una spedita diplomazia targata Pakistan, proprio a poche ore dalla scadenza ultimativa minacciata dall’ex presidente Donald Trump, il quale aveva promesso di cancellare l’intera civiltà iraniana dal pianeta. Una minaccia fatta con quella delicatezza che solo lui sa estrarre dalle sue estemporanee conferenze stampa. La tregua ha temporaneamente allontanato la regione da un bombardamento militare di proporzioni apocalittiche, almeno fino al prossimo episodio.

I prezzi del petrolio, dal canto loro, hanno tirato un sospiro di sollievo scendendo sotto i 100 dollari al barile, ma rimangono arroganti e ben sopra i 70 dollari che galleggiavano prima della guerra. Insomma, il mercato si dimostra incrollabilmente fedele ai suoi cliché: cali temporanei e prezzi eternamente gonfiati.

Donald Trump ha annunciato che questa tregua di due settimane è condizionata alla “completa, immediata e sicura apertura” dello Stretto di Hormuz, che, come tutti sanno, è una striscia d’acqua da maneggiare con la stessa semplicità di una bomba a orologeria.

Dall’altro lato, i funzionari iraniani hanno rivelato che il passaggio sicuro sarà “possibile”, a patto di una “coordinazione con le forze armate” e che verranno rispettate le “limitazioni tecniche”. Tradotto: ci sarà ampio margine per l’Iran di riscrivere le regole del gioco a suo piacimento, durante o dopo questa fantomatica tregua.

Un chiaro segnale di quella trasparenza che solo un regime sospettoso e segretamente irritato sa offrire.

Matt Gertken, stratega geopolitico di punta alla BCA Research, non ha perso tempo a smontare il castello di carte:

“Questa è una questione che potrebbe far saltare il cessate il fuoco entro la fine dell’anno.”

Una vera rassicurazione in piena regola, soprattutto se si considera che le elezioni di metà mandato negli USA si avvicinano come un treno impazzito, mentre i prezzi della benzina sono una spina nel fianco ancor più dolorosa di prima della guerra.

Gertken aggiunge con una certa freddezza:

“Durante le elezioni, probabilmente si accetterà che l’Iran rimanga il guardiano dello Stretto. Ma appena sarà passato il voto, l’apparato della sicurezza nazionale americana tornerà a chiedere una soluzione più definitiva. Le ostilità ricominceranno entro quest’anno, se non addirittura entro questo mese.”

Nel frattempo, qualche missile è stato ancora lanciato da Teheran verso Israele e vari stati del Golfo, non proprio un segnale di pacificazione totale, ma più un esplicito promemoria che “la tregua” è più simile a un’eterna pausa caffè tra guerre. Nel mondo reale, insomma, quella che dovrebbe essere una calma apparente somiglia più a un tiro a segno con silenzi occasionali.

Teheran ha dichiarato che le proprie forze armate sospenderanno le operazioni difensive solo se gli attacchi contro il paese saranno fermati. Il che, tradotto in parole povere, significa che ciascuno continuerà a fare i suoi comodi finché l’altro non si stanca.

L’accordo prevede che le delegazioni si incontreranno a Islamabad per cercare di trovare un’intesa più ampia che metta la parola fine a questo conflitto che dura già da sei settimane, ha provocato migliaia di morti e scatenato una crisi energetica globale. Ovviamente nella speranza che non finisca tutto come sempre: con buone intenzioni e pessima esecuzione.

Sembra che Iran stia ultimando un protocollo marittimo con Oman per la gestione congiunta del traffico delle petroliere nel golfo, un modo elegante per istituzionalizzare di fatto il controllo iraniano su uno degli snodi energetici più strategici al mondo. Per chi non lo sapesse: stiamo parlando del tipo di potere che fa girare l’economia globale, ma questa volta con la benedizione (esilarante) di un accordo bilaterale.

Una tregua fragile sotto vetro

Tenere insieme un gruppo di attori con interessi così divergenti è un’impresa che nemmeno i migliori illusionisti potrebbero compiere senza farsi beccare. Si sollevano quindi dubbi leciti su quanto i negoziati di pace successivi produrranno davvero qualcosa di concreto, o se non si tratterà solo di rinnovare le tensioni come si rinnova un contratto telefonico annuale – con grandi promesse e scadenze inevitabili.

Pratibha Thaker, responsabile regionale per Africa e Medio Oriente presso l’Economist Intelligence Unit, ha definito l’accordo di cessate il fuoco “un enorme sospiro di sollievo”. Ma, come in ogni favola moderna, si è premurata di ricordare che la totale mancanza di fiducia tra le parti renderà ogni negoziato successivo una sfida da brividi.

Thaker ha spiegato:

“Quello che stiamo osservando è davvero una pausa nel conflitto, e non una risoluzione che duri nel tempo.”

Ha poi precisato, aggiungendo al mix la classica dose di realismo amaro:

“Ma, e questo è un ma gigantesco, si tratta di un accordo estremamente fragile. Il cessate il fuoco dipende dal fatto che l’Iran sospenda le sue attività militari e riapra completamente lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale. Il punto cruciale è che esiste un deficit di fiducia profondo da entrambe le parti. Da Washington c’è la solita preoccupazione per il programma nucleare iraniano. Da Teheran, invece, un profondo scetticismo sulle reali intenzioni americane, specialmente alla luce dei precedenti ritiri dagli accordi e della continua presenza militare con le sue pressioni.”

Insomma, un quadro più rassicurante di una telenovela con un finale già scritto ma tutti continuano a fingere di non saperlo.

Israele ha deciso di sospendere gli attacchi, ma con la solita delicatezza, ha chiesto a Washington di spingere per concessioni iraniane ancora più profonde, tipo consegnare tutte le scorte di uranio arricchito. Nel frattempo, l’Iran si è presentato con un elenco di dieci punti, chiedendo praticamente l’impossibile: il riconoscimento del suo programma di arricchimento dell’uranio e la cancellazione di tutte le sanzioni. Un vero gioiellino di trattativa a distanza, che rischia di fare il giro del mondo per come si “compromette” oggi.

Secondo Michael Langham, economista esperto di mercati emergenti di Aberdeen Investments, questa tregua – almeno per ora – reggerà, visto il danno economico crescente causato da sei settimane di scontri. A quanto pare, anche chi ha interesse a mantenere aperto lo stretto e far smettere il conflitto sta per tirar fuori l’artiglieria pesante delle trattative. Se il cessate il fuoco durerà e lo stretto si riaprirà, i danni per l’economia globale potrebbero essere gestibili. Addirittura, le banche centrali potrebbero tornare a seguire i loro programmi pre-bellici e forse, giusto forse, si passerà dall’ansia inflazionistica alla solita ricerca disperata della crescita. Naturalmente, se i prezzi delle materie prime torneranno alla normalità con la stessa velocità di un miracolo.

Il Tremolio del Mercato e la Speranza di una Pausa Più Che Temporanea

Il cessate il fuoco ha dato il via a un’esplosione di ottimismo sui mercati, come se fosse la prima volta che qualcuno provasse a mettere la polvere sotto il tappeto. Però, l’analista senior di mercato Geoff Yu di BNY ha subito messo i puntini sulle i — questa pausa di due settimane è forse, o forse no, solo il primo passo verso una de-escalation più seria o, nella migliore delle ipotesi, verso qualcosa di “permanente”. Ricordiamoci che non si tratta solo di petrolio: anche il mercato dell’elio, fondamentale per i semiconduttori in Corea del Sud e Taiwan, sta soffrendo per questa crisi.

Le borse hanno ballato un valzer su scala globale, dai benchmark asiatici fino ai futures americani, tutti in un’impennata di euforia da “finalmente qualcosa si muove”. Ma, come sempre, Josh Rubin, gestore di portafoglio da Thornburg Investments, ricorda di non farsi illusioni troppo presto: la visibilità sulla tenuta della tregua è bassissima e i rischi rimangono alti, specialmente se lo stretto rimarrà chiuso ancora per mesi. Intanto, i prezzi di energia e materie prime continueranno a galleggiare sopra livelli pre-bellici nuovamente gonfiati dai governi che, come collezionisti compulsivi, fanno scorte in vista di futuri conflitti. Un’idea brillante di “normalità”.

Un Campanello d’Allarme per Tutti

Mehran Kamrava, professore di governo alla Georgetown University di Qatar, commenta beffardamente questa tregua di due settimane come la dimostrazione di una “enorme forza di volontà” sia di Washington che di Teheran per mettere fine a questo spettacolo di distruzione. Il grande protagonista che invece non sembra troppo interessato a fermare la guerra? Indovinate un po’: Israele, che ha rifiutato persino di lasciare che il cessate il fuoco si estendesse al Libano. Perciò, secondo Kamrava, la tregua probabilmente durerà – perché né l’amministrazione Trump né l’Iran vogliono davvero continuare questo pasticcio.

Alla domanda su come gli ultimi due giorni abbiano influito sulla percezione globale degli Usa da parte di alleati e nemici, Kamrava ha rivelato che il mondo è stato letteralmente “messo in guardia” da alcune dichiarazioni di Trump. A quanto pare, il grande alleato Stati Uniti non garantisce affatto sicurezza, anzi: sembra più un moltiplicatore di problemi e tensioni. Le parole incendiarie e violente di Trump sui social hanno fatto suonare un campanello d’allarme per chiunque pensasse che dietro alla Casa Bianca ci siano certezze e previsioni sensate. Insomma, un vero e proprio invito a guardare altrove, o almeno a tenere gli occhi aperti.

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