Iran e Usa firmano il memorandum che per una volta sembra qualcosa di più di un sogno a occhi aperti

Iran e Usa firmano il memorandum che per una volta sembra qualcosa di più di un sogno a occhi aperti

Ah, che spettacolo impressionante: Donald Trump si sveglia su Truth Social e annuncia un magico cessate il fuoco bilaterale, quasi fosse una rappacificazione da salotto. Pare che abbia persino chiacchierato con i leader del Pakistan – che, ovviamente, gioca il ruolo di paciere come se stessimo a una partita di bocce nel parco sotto casa. E la chicca? La proposta in 10 punti dell’Iran, ribattezzata addirittura “base praticabile su cui negoziare”. Peccato che poche ore prima, sempre il buon vecchio Trump, avesse minacciato apocalissi cosmiche, dicendo che “un’intera civiltà morirà stanotte” se i suoi capricci non fossero stati ascoltati. Cambio di registro degno del miglior attore teatrale dell’ultima ora.

La retromarcia di Donald e il ruolo insospettabile del Pakistan

Non c’è niente come una minaccia apocalittica al mattino e una gentile concessione diplomatico-politica la sera per far girare l’economia. Trump ha spiegato che l’accordo è praticamente vincolato al fatto che l’Iran sospenda quel piccolo dettaglio del blocco sulle forniture di petrolio e gas attraverso lo strategico Stretto di Hormuz – sapete, il buco nero da cui passa un quinto del petrolio globale. Ebbene, l’immancabile ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che l’Iran dirà sì alla tregua… ma solo se gli attacchi contro di loro finiranno. Poi, come ciliegina sulla torta, si fa avanti con un piano in 10 punti degno di un manuale di buone intenzioni di fantasia diplomatica.

Tra le perle di questa lista da sogno: cessare tutte le guerre in regioni (come Iraq, Libano e Yemen) di cui ci siamo dimenticati l’anno scorso, garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz (magari con un protocollo che sembra uscito da una fiaba), e, ovviamente, la promessa che l’Iran non si farà l’atomica – un po’ come una mamma che promette al papà di non + acquistare più dolci per la festa di compleanno del figlio.

Le ambiziose richieste iraniane e la risposta a metà degli Stati Uniti

Dopo aver appeso il mondo a una bilancia instabile, il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell’Iran ha sentenziato che i negoziati si faranno a Islamabad, quella gioiosa capitale pakistana, entro quindici giorni al massimo. Ma non è finita: gli Stati Uniti – in un momento di magnanimità da standing ovation – avrebbero accettato di sgombrare il campo da una serie di condizioni più o meno assurde. Tra cui far continuare l’arricchimento dell’uranio (per forza, la moderazione è uno sport olimpico difficile!), ritirare le truppe da una regione che ormai nemmeno ricordano più di occupare, lasciare da parte tutte le risoluzioni di Onu e Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (sì, quella roba noiosa delle regole internazionali), e mantenere il controllo iraniano sullo stesso Stretto di Hormuz, che fino a ieri era uno spauracchio quotidiano per i mercati.

E alla fine, la ciliegina sulla torta: tutto dovrà essere ratificato da una risoluzione ufficiale, vincolante e definitiva del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Come dire: “Fidatevi, abbiamo fatto un accordo che forse, speriamo, qualcuno in futuro potrebbe anche rispettare.”

Fine della crisi o solo un altro capitolo della soap politica?

In conclusione, assistiamo a una sceneggiata internazionale che mette insieme minacce apocalittiche, mediasettatrici di Stato iraniane, accordi pasticciati e trattative sotto l’ombrellone. Il risultato? Il prezzo del petrolio crolla improvvisamente, le borse scattano un piccolo sprint, come se stessimo guardando una partita a carte truccata. Tutti sorridono, ma sotto sotto sappiamo che è solo un’altra pantomima nel teatro del potere globale. In fondo, perché risolvere conflitti quando puoi semplicemente parlare, minacciare e tornare a parlare?

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