Colpi di pistola, un classico intrattenimento mattutino nei pressi del Consolato israeliano a Istanbul. Tre assalitori, degni protagonisti di un film d’azione senza sceneggiatura, hanno scelto la sponda europea della città per mettere in scena il loro spettacolo. Le autorità turche si sono date subito da fare, schierando un’intera armata di pattuglie di polizia come se fosse una parata militare. Ovviamente, uno dei protagonisti è stato prontamente eliminato: un temibile «affiliato a un’organizzazione terroristica che strumentalizza la religione», come amano definirli, mentre gli altri due, simpatici fratellini, sono finiti invece tra le mani della giustizia, con il curriculum già impreziosito da qualche precedente per droga. Momenti di gloria per i poliziotti antisommossa, due dei quali se la cavano con qualche graffietto senza però rischiare la pelle. Che eroismo sarebbe stato, altrimenti?
La scena si è svolta per la bellezza di cinque minuti, un balletto di spari degno di una produzione hollywoodiana, il tutto documentato dai media turchi che non si sono fatti sfuggire l’occasione di diffondere video con il sottofondo di mitragliate all’interno della zona del consolato. Per completare il quadro di “serietà” e “efficienza”, gli assalitori sono arrivati in perfetto stile militare, vestiti di mimetica, pronti a sfrecciare sulle strade di Istanbul con la loro vettura appena noleggiata a Izmit. Un outfit decisamente sopra le righe per un’imboscata diplomaticamente mediocre.
Il ministero degli Esteri di Israele, forse impegnato a sorseggiare un tè, ha comunicato praticamente una non-notizia: durante lo scontro a fuoco non c’era nessun dipendente del consolato nell’edificio. Una sicurezza impeccabile, insomma. Come ciliegina sulla torta arriva la condanna ufficiale e formale, che sarebbe pure moda di questi tempi. Il ministero ha espresso il suo «fermo dissenso» contro quello che definisce un «attacco terroristico», ringraziando calorosamente la polizia turca per aver fatto il loro dovere arrestando gli sfortunati partecipanti di questa tragicommedia armata. D’altronde, le missioni diplomatiche di Israele sono da sempre bersaglio preferito di innumerevoli minacce e attacchi terroristici e, udite udite, «il terrorismo non ci fermerà». Parole sante, certo, ma forse sarebbe il caso di aggiungere un corso accelerato di sicurezza e diplomazia più all’altezza degli eventi, no?



