Tony Marcos non è certo il sindaco che tutti sognano, ma si trova a fare da traghettatore a una Betlemme che sembra uscita da un film apocalittico piuttosto che dalla Terra Santa. Ci racconta con la solita delicatezza che questa “culla del Cristianesimo”, come ama definirla, è un posto dove la pace è un miraggio da decenni e la stabilità… beh, quella è ancora più lontana di un tour di pellegrinaggio impeccabile.
Perché, ve lo dico subito, nessuno ha mai pensato di mettere in ordine i conti e fare una statistica seria sulla popolazione cristiana in questi territori. Ognuno ha la propria versione, che cambia più spesso delle aperture dei negozi in piazza. Ma per capirci qualcosa ci siamo fatti un giro in quelle strade e piazze piene di contraddizioni del governatorato di Betlemme, dove si stima vivano tra le 22 mila e le 25 mila anime cristiane, su un totale di 47 mila in tutta Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza. Tradotto in percentuale? Un meraviglioso magro 1% dell’intera popolazione.
Come si presenta il cuore di Betlemme? Beh, immaginate una piazza dove i negozi di souvenir, tra municipalità, basilica della Natività e moschea di Omar, hanno le saracinesche abbassate nel più stereotipato silenzio commerciale. L’unico a lavorare è il parcheggiatore abusivo, che segnala le macchine in fuga a chi ha voglia di ascoltarlo. Una guida con tanto di tesserino cerca di venderti un tour delle chiese e delle grotte dove, secondo la tradizione, sarebbe nato il messia. Ce n’è anche un ragazzino che tenta di vendere un caffè speziato in un modo che più arabo non si può, versando un po’ di “qahwa” da una dallah tradizionale. Provare per credere, una scena quasi surreale.
All’interno della basilica di Santa Caterina, dove di sera si tiene la Veglia Pasquale, c’è meno compagnia che in un lunedì qualunque. Poche anime, meno di dieci persone, tutte raccolte in un buio quasi sacrilego. Nel mezzo di questo deserto umano, spicca una famiglia araba cristiana di Nazareth che si ostina a fare gruppo: marito, moglie e quattro bambine in magliettine bianche, coordinatissime. Il prete greco ortodosso immortala questo momento da cartolina in mezzo alla penombra sacra. Ma gli eroi sono quelli là, perché sono sempre l’eccezione e non la regola.
Tony Marcos ci mette la faccia e non nasconde che la “situazione economica strangola la nostra città”, ma anche lui sa che non è solo colpa degli ultimi problemi: “il problema è il risultato di anni di accumulo”. E si parla di una città che basava le sue speranze sul turismo e i pellegrinaggi, le uniche fonti di reddito concrete per i suoi abitanti.
Peccato che la guerra, quella vera, abbia nuovamente bloccato tutto. Magia della politica e della geopolitica, ogni volta che la situazione nella regione si agita – intifade, chiusure, scontri – Betlemme si ritrova schiacciata da restrizioni che lasciano a bocca asciutta persino i più ottimisti. La libertà di movimento? Un concetto che in questi giorni sembra più un’illusione, dato che “le misure israeliane imposte a causa della guerra hanno peggiorato tutto”. Ovviamente, fare progetti per il futuro è diventata un’utopia.
Il risultato? La città si svuota. La fuga è più veloce della politica locale.
Scappare o restare: la scelta “facile” degli abitanti
Non ci si stupisce più di tanto nel sentire Tony Marcos ammettere candidamente di non essere un politico e nemmeno volerlo diventare. Per trentadue anni è stato city manager a Betlemme, ma da quando è andato in pensione, due anni fa, gli è stato chiesto di fare da sindaco ad interim. Il motivo? Il suo predecessore si è dimesso per ripresentarsi alle prossime elezioni. Marcos, invece, ha qualche remora: “La responsabilità è troppo grande, il peso schiacciante e i mezzi inesistenti. Occorrerebbe un mago per salvare questa città…”
Parole da Oscar, ma molto realiste. La maggioranza dei cristiani locali ha contatti familiari ben più fortunati all’estero: America Latina, Nord America, Canada ed Europa, non proprio la porta accanto. Così, appena si presenta la voglia o la necessità mentale, si fa subito un salto dall’altra parte del mondo. Marcos stesso è un cartello vivente di questa diaspora: “La mia famiglia nel mondo conta 42 persone a Betlemme. I miei parenti a Monterrey, in Messico, dove il mio bisnonno emigrò nel 1872, sono 1700. Se volessi, prenderemmo un aereo e via, in un attimo.”
Restare o fuggire? Per la comunità ortodossa cristiana a Beit Jala, a soli due chilometri da Betlemme, oggi la scelta è quasi rituale: scappare o sperare che il miracolo politico faccia un passo avanti. Ma noi sappiamo già dal film com’è andata… Quindi, benvenuti nel meraviglioso paradosso della Terra Santa, dove la sacralità convive felicemente con l’incertezza, il rischio e l’inquietudine di chi deve decidere se lasciare la propria casa o rimanere a vegetare in una città che muore lentamente.
Feste religiose? Quale normalità? A Beit Jala la Pasqua è un’odissea emotiva, un dramma collettivo che si consuma lentamente sotto un cielo che sembra sempre sul punto di cadere. «Festeggiare è diventato un’impresa titanica. Le festività sono solo un ricordo lontano», confessa con quell’ironia amara tipica di chi vive sull’orlo del precipizio Samia Zeit, responsabile del dipartimento di pianificazione della città. Un ruolo quasi inutile, perché pianificare qui è come preparare una torta con una mano legata dietro la schiena e in mezzo a un terremoto continuo.
Lei stessa ammette la perfetta contraddizione: «Il mio compito è rendere la vita più decente, occuparmi di strade e organizzazione urbana, ma ogni progetto dura il tempo di un sospiro. In due minuti tutto si rimette in discussione». Ah, la pianificazione municipale, un genere letterario di pura fantascienza.
La domanda che tormenta Samia e non solo: restare o scappare? La fuga è già un’epidemia familiare – fratelli, sorelle, madre, figli, uno a uno, precipitano verso l’uscita senza biglietto di ritorno. L’unico che riesce a resistere ancora l’ha appena sposato, ma anche lui medita sulla fuga. «Io ho il lavoro, sono autonoma, ma da sola senza famiglia… è dura sopportare questo peso. Però, resistere è anche un atto di ribellione: essere cristiani qui significa essere un presidio umano», spiega.
Più che una scelta sembra un’eterna condanna. Sul suo maglione campeggia una frase che più che un mantra sembra un consiglio disperato: “Take care of yourself”. Parole che nel caos palestinese suonano quasi come una sarcastica ferita aperta.
Oasi di normalità… o almeno ci provano
E mentre l’inquietudine domina, a Betlemme spuntano sprazzi di vita condannati all’assurdo ma tenaci come il deserto che si perde oltre la valle di Karkafeh. Dal terrazzino di Wonder Cabinet, una piccola perla di resilienza, un gruppo di ragazzi tenta di godersi un panorama surreale: da un lato l’insediamento ebraico di Har Homa, nato sopra un bosco ormai scomparso, dall’altro la cittadina palestinese di Beit Sahour. Lo sguardo si perde nel deserto della Giudea e si getta nelle acque del Mar Morto come a cercare un miraggio di pace.
A Wonder Cabinet, ogni lunedì, Eilda Zaghmout, insegnante di yoga e guida della meditazione per Tawazon – la famigerata app di meditazione in arabo che dovrebbe salvare il mondo – invita a «un viaggio interiore verso il benessere». A Betlemme, la parola “benessere” ha un sapore quasi da fantascienza.
Ilaria Speri, l’italiana che dirige la piccola enclave culturale con un entusiasmo da far impallidire l’ennesima crisi politico-sociale, celebra la vitalità artistica palestinese che cerca di respirare nonostante – o forse proprio grazie – alle fatiche dell’occupazione. «La comunità è frammentata, vivace, ma combatte per affermare una sua identità che non sia solo la replica di una resistenza», spiega con una sincerità che sfiora il disincanto.
Wonder Cabinet è nato dalla visione dei fratelli architetti Elias e Yousef Anastas, che si dividono tra Betlemme e Parigi e si sono trasformati da creatori di spazi in promotori di cultura. L’obiettivo? Una piattaforma per i creativi, un po’ come un’oasi nel deserto dell’impossibile.
Marcos, un amico e vicino di casa, non trattiene lo scetticismo. «Betlemme ha bisogno di iniziative così, per far comparire un sorriso su un volto stanco», ammette. Ma ribadisce la realtà. «Qui la vita normale è un’utopia: siamo chiusi in un ghetto circondato da 23 insediamenti israeliani. Un muro, un checkpoint, e tutto quel teatrino che Israele chiama autodifesa e i palestinesi chiamano segregazione».
Uno spettacolo tristemente noto dal 2006, quando dopo una nuova ondata di violenze palestinesi Israele ha deciso che nulla doveva più essere normale, nemmeno la convivenza. Insomma: un laboratorio a cielo aperto dell’assurdo.
In questo quadro disperato Wonder Cabinet si presenta come un miracolo di sanità mentale e sociale, un angolo dove cercare disperatamente un barlume di vita normale. Marcos lo sintetizza candidamente: «È un luogo che dà speranza e offre un riparo dalla guerra, dalle restrizioni e dalle imposizioni. Ma, ripeto, non è un luogo normale.»



