Adulti intrappolati nel grande ingorgo del narcisismo moderno

Adulti intrappolati nel grande ingorgo del narcisismo moderno
Nord America non si limitano semplicemente a scorrere distratti sui social: no, passano cinque ore intere al giorno intrappolati in quel vortice digitale. Sorprendentemente, più della metà dei bimbi tra i dieci e i dodici anni già abita su Snapchat, oltre il 60% su TikTok, e addirittura oltre il 70% su Whatsapp — tutto secondo dati raccolti da fonti serie, diciamo così. Peccato solo che, per legge o per morale, si dovrebbe avere almeno tredici anni per accedere a questi mondi virtuali. Ah, ma come fanno a controllare le età? Facile: mettiamo la carta d’identità virtuale posticcia. E certo, tra un tredicenne e un sedicenne c’è chissà quale differenza… che tra l’altro nessuno è riuscito a spiegare bene.

Siamo in un’epoca in cui tutti i Paesi “fortunati” — quelli che non stanno combattendo contro bombe, fame o gelate polari — si agitano nel tentativo disperato di arginare questa nuova piaga: i “disturbi da uso smodato dei social”. Tradotto, vuol dire che i ragazzini si dimenticano come si controlla un telefono e, soprattutto, come si vive fuori da uno schermo. Quali sono i sintomi? Ve li elenco, tanto per godersi lo spettacolo: incapacità di smettere di scrollare, un enorme disagio quando tentano di staccarsi, e un’incapacità di gestire nozioni di base come dormire, lavarsi o fare amicizie “reali”. Sì, perché a quanto pare ora i teenager preferiscono riempire la loro camera di briciole, vivere di spizzichi di cibo e parlare con fantasmi digitali, alias follower inesistenti.

Che sollievo, allora, che i nostri figli siano passati ormai alla fascia degli “adultiescenti” sopra la quarantina, quando i giochi erano il gameboy per lui e la casa delle Barbie per lei. Tempi d’oro, insomma. Oggi invece il tempo libero dei ragazzi viene risucchiato da un flusso incessante di stimoli che non li porta mai da nessuna parte, ma li lascia in uno stato di esaurimento permanente. Come proteggerli? Semplice: tutti concordano che vietare i social agli under 13 è sacrosanto. Peccato che applicare questa regola sia un’impresa titanica degna di una spy story.

Si è pensato al riconoscimento facciale, naturalmente. Ma guarda un po’, i prodigiosi furbetti si sono dilettati a simulare rughe ben mirate strizzando gli occhi, oppure utilizzano il volto peloso del cugino diciassettenne al posto del proprio. Insomma, la resistenza digitale di undicenni agguerriti sfida ogni regola come se fosse una gara olimpica. Ma alla fine, cosa significa davvero avere tredici anni? Perché a quell’età puoi già finire in prigione, mentre a dodici non ti beccano? Mistero della gioventù moderna.

E così da settimane si discute del tredicenne che ha accoltellato il professore di francese, immersi in un ciclone di confusione e incertezze. Perché l’ha fatto? Nessuno ci capisce niente, ovvio. La “Grande Vecchia” della società ha risposto con un sorriso sardonico e una lettera — sì, una lettera terribile, dettagliata, che quel ragazzo ha scritto per spiegare i suoi sentimenti. Ma chi l’ha letta davvero? No, perché sui giornali si è parlato molto più del trauma degli adulti che non dell’urlo silenzioso di un ragazzo in crisi.

“I ragazzi trascorrono cinque ore al giorno sui social? Certo, ma lo fanno perché anche le loro madri e nonne sono lì a farlo”, si potrebbe commentare sarcasticamente. Questi ragazzi non compiono gesti estremi per semplice follia, li mettono online per essere visti, per ottenere quel misero frammento di visibilità in un mondo dominato dal narcisismo compulsivo. Vivono solo attraverso lo sguardo altrui, che però non arriva mai, perché gli adulti sono troppo impegnati a specchiarsi nel proprio ego.

Insomma, siamo incastrati in un ingorgo di egocentrismi sovrapposti. E mentre i ragazzi lanciano SOS digitali, gli adulti si girano dall’altra parte con un pacato, cinico silenzio. E finiamo col chiedere: “Allora, meritiamo di essere aggrediti per questo?”

E la risposta è, ovviamente, una sentenza crudele:

“No, non meritiamo niente finché non impariamo a tendere l’orecchio ai sussurri e alle grida di chi ha tutta la vita davanti e non sa da che parte girarsi.”

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