Ovviamente, non poteva mancare la tempestiva chiamata del custode dello stabile – che, evidentemente, deve considerarsi il guardiano più attento di Milano. Intorno alle ore 8:20 di quella mattina, senza perdere tempo, ha deciso di richiedere l’intervento delle autorità, probabilmente stanco di vedere gente aggirarsi come fantasmi tra le auto parcheggiate.
Da questa evocazione eroica, arriva l’intervento delle forze dell’ordine, che si presentano subito sulla scena del crimine con la solita solerzia. L’individuo in questione, un giovanissimo cittadino tunisino con già qualche “esperienza” poco onorevole alle spalle, è stato sorpreso a spezzare la catena della bicicletta proprio con la classica tronchesi. Delinquente modello, non c’è che dire.
Ovviamente, nella spirale di sicurezza e giustizia fulminea, il giovane è stato ammanettato e arrestato per il raffinato reato di tentato furto aggravato. Perché la serietà deve essere mantenuta, soprattutto quando si tratta di proteggere le due ruote altrui.
Il corollario dell’inevitabile: custodi, polizia e “delinquente modello”
Non c’è nulla di nuovo in questa vicenda: un giovane con precedenti, una bicicletta incautamente lasciata a portata di tronchesi, e un custode che esercita la sua missione di sentinella urbana come se fosse l’ultimo baluardo contro il caos. Se non fosse per il fatto che, apparentemente, ci si crogiola nel giochino ormai rodato della caccia nominale allo straniero “sospetto”, qualcosa di più serio dovrebbe forse preoccuparci.
È interessante notare come ogni volta che si parla di furto di biciclette, l’attenzione si concentri subito sull’aggressore straniero, senza mai un minimo di riflessione sulla causa reale di questo fenomeno, né sulla gestione della sicurezza o sulle politiche di integrazione. Ma si sa, in fondo è molto più comodo arrestare un 19enne tunisino con qualche precedente e lasciare che la narrazione resti semplice, lineare e soddisfacente per tutti.



