New York. Quando lo contattiamo, Paolo Zampolli sembra quasi sorpreso, e non parliamo di un personaggio qualunque: storico confidente di Donald Trump, creatore del famoso incontro con Melania, e attuale inviato speciale USA per le “global partnerships”. L’oggetto della sua meraviglia? Il chiacchiericcio insensato scatenato dal suo pranzo con Giuseppe Conte. La stampa non fa altro che parlare di lui, sa?
«Mi dica pure, cosa vuole sapere davvero?» risponde candidamente.
Ovviamente, chiediamo dell’incontro con Giuseppe Conte. Perché vi siete visti?
«Siamo amici, fine della storia. Non c’è niente di segreto o di politico. In Italia, come tutti sanno, c’è l’ambasciata americana che si occupa dei rapporti ufficiali tra Washington e Roma, non confonda le cose. Il mio ruolo? La famosa “sport diplomacy” (diplomazia sportiva), niente di politico, e questo è proprio ciò che sto facendo.»
Quindi, nessuno scalpore politico?
«No, nessun ruolo politico. Il vero referente per i rapporti con Roma è l’ambasciatore Tilman J. Fertitta, che sta facendo un lavoro impeccabile, come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump. Io entro in gioco solo per questioni di diplomazia sportiva, esattamente ciò che mi compete come inviato per le global partnerships.»
Torniamo al pranzo con Conte: cosa si sono detti, di grazia?
«Nulla di memorabile. È stato un incontro piacevole, con un pranzo delizioso—lui ha scelto il ristorante. Cordialità a livelli olimpici.»
Qualche parola sul governo italiano, l’Iran o la politica internazionale?
«Abbiamo discusso, in generale, del fatto che tutte le guerre dovrebbero proprio smettere. Idea cara anche al presidente degli Stati Uniti, che, a differenza di quel che si pensa, è un presidente di pace.»
Di quale conflitto stiamo parlando? Iran? Russia-Ucraina?
«Di tutte le guerre insomma. Tutte dovrebbero finire, così come volle Trump, che in effetti ha mediato per otto cessazioni di conflitti. Un vero campione della pace, insomma. L’ambizione è che tutti lavorino per mettere fine alle guerre.»
Nient’altro di più specifico?
«Nope, niente di più dettagliato.»
Si dice che Conte stia cercando un riavvicinamento con Trump in vista delle sue ambizioni politiche in patria. Ha avuto questa sensazione?
«E chi non vorrebbe farsi amico il presidente degli Stati Uniti, chiunque esso sia? Comunque confermo: il nostro incontro era roba da amici, non politica.»
Sa che il vostro pranzo è stato argomento di discussione persino alla Camera?
«Certo, me l’hanno detto. Ma scusi, io sono italiano: posso avere almeno un amico italiano?»
Sì, ma lei è un inviato del presidente americano…
«Ripeto, nessuna piega politica nel nostro incontro, anche perché il mio ruolo è tutt’altro che politico.»
Però ha avuto diversi incontri istituzionali, vero?
«Certo, ho incontrato il ministro dello Sport Andrea Abodi, sono stato in ambasciata, ho parlato con Tilman J. Fertitta (fantastico, peraltro) e con la nostra ambasciatrice alle Nazioni Unite. Tutto secondo il mio impegno nella diplomazia sportiva.»
Ha invitato Conte ai Mondiali?
«Sì, per la partita di ieri della Nazionale. Abbiamo parlato di calcio a pranzo e, a quanto pare, eravamo piuttosto ottimisti.»
E poi l’Italia ha perso…
«Eh lo so, mi dispiace da morire.»
L’invito resta valido?
«Assolutamente sì. Quando ci sarà occasione andremo a vedere una partita insieme. Speriamo che questa volta vinca.»
Rivedrà Conte?
«Mi auguro di sì, però non subito. Nei prossimi giorni sarò in viaggio.»
Torni negli Stati Uniti?
«No, vado in Romania.»
Quindi resta ancora in Europa?
«Sì, mi muovo tra Europa e altre regioni. Ho in programma viaggi anche in Africa e altri Paesi. Da qui si viaggia più comodamente, sono praticamente a metà strada.»
Sempre impegnato nella diplomazia sportiva?
«Certo, me ne occupo a 360 gradi, giro il mondo per promuovere questa causa. È una missione cara anche al segretario Marco Rubio. Sto inoltre promuovendo “USA Freedom 250” in vista del 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti, un’iniziativa che fa battere forte il cuore del presidente Trump.»



