Donald Trump ha detto ai reporter su Air Force One:
“Se un paese vuole mandare del petrolio a Cuba in questo momento, non ho alcun problema, che sia la Russia o chiunque altro.”
I vertici cubani, con a capo Miguel Díaz-Canel, hanno confessato solo la scorsa settimana che l’isola non vede greggio da più di tre mesi, mentre il governo comunista ha avuto una brillante idea: puntare tutto sul solare, perché niente dice “progresso” come torce intermittenti e black-out a ciclo continuo.
Gli oltre 10 milioni di abitanti vivono tra continue interruzioni di corrente e ospedali che arrancano a mantenere prestazioni di emergenza e terapia intensiva senza carburante. Un quadro idilliaco da cartolina d’altri tempi. Ovviamente, un governo che negozia con la Casa Bianca per salvare quel che resta di elettricità, dimostra invece grande abilità diplomatica. O almeno così sperano.
Donald Trump, oratore da bar, ha gettato il suo verdetto finale domenica:
“Cuba è finita, hanno un regime pessimo, una leadership corrotta e, che arrivi o meno un carico di petrolio, non cambierà nulla.”
E poi la ciliegina sulla torta:
“Preferisco comunque che entri il petrolio, sia che venga dalla Russia o da chiunque altro, perché la gente ha bisogno di riscaldamento, aria condizionata e di tutte quelle cose necessarie per vivere.”
Insomma, nessuna coerenza, nessun imbarazzo: la politica americana vis-à-vis Cuba sembra l’infinita soap opera di un diplomatico con amnesia selettiva. Un intreccio ricco di contraddizioni, bluff e decisioni che sembrano fatte a caso, ma che intanto lasciano l’isola brutta e affamata, aggrappata a un fantomatico barile di petrolio russo che funge da ultimo atto di una commedia tragicamente comica.



