Ah, la saga della dignità umana toccata con mano sotto forma di vilipendio al cadavere di Pamela Genini. Come se la tragedia dell’omicidio non fosse già abbastanza, ecco che il sipario si apre sull’ennesima puntata di surrealismo: l’ex fidanzato della povera modella si è presentato spontaneamente dai carabinieri per “dare una mano”. Perché, chiaramente, ai protagonisti di queste storie il ruolo da vittima non basta mai.
L’avvocatessa di fiducia di E.D., l’uomo in questione, ci illumina: l’uomo avrebbe richiesto di essere ascoltato per fornire “informazioni utili” sull’offesa sacrilega al corpo di Pamela nel cimitero di Strozza, provincia di Bergamo. Insomma, mentre tutti cercano di rimettere insieme i pezzi di una storia già tragica, lui decide di esibirsi nel teatro delle buone intenzioni.
Nel frattempo, l’avvocato racconta la novella di persecuzione quotidiana subita dal suo assistito, tra minacce, aggressioni, violazioni di domicilio, accuse infamanti – persino diffamazioni a mezzo stampa, perché sembra proprio che la privacy sia un optional in questa soap opera.
Ora il nostro protagonista, eroe di questo capitolo, spera che il suo contributo faccia luce sugli ignoti colpevoli dell’oltraggio alla tomba, perché è giusto che anche lui partecipi al gioco della vittima, pur nel suo ruolo di ex fidanzato di una vittima.
Un’indagine che sembra uscita da un thriller malamente scritto
La procura di Bergamo inaugura il dossier con accuse da manuale: vilipendio di cadavere e – ovviamente – furto della testa della povera Pamela, che, a quanto pare, si è volatilizzata. Un dettaglio niente male, che vorrebbe pensare a un film horror o a una fiction televisiva di basso livello, ma purtroppo è realtà.
Il codice penale, generoso nella sua severità, prevede la bellezza di due-sette anni di carcere per l’oltraggio al corpo, pena resa ancora più gustosa se la scena del crimine si trova in un cimitero, proprio come il nostro caso da far rabbrividire.
Gli investigatori, per ora, operano nel massimo riserbo, che tradotto significa “facciamo finta di nulla ma ci stiamo lavorando intensamente”. Pare che qualcuno si sia scomodato a tagliare la lastra di zinco della bara, richiudendola con silicone. Originalità tecnica, ma poca convinzione: si pugnalano corpi con trenta coltellate e poi si perdono la testa? Difficile. E non ci crede nemmeno chi indaga, dato che il peso della bara è un rito da almeno cento chili, troppo per un pubblico di una singola mente criminale.
Senza contare la premura maniacale di ricollocare fiori e tutto il resto come se nulla fosse accaduto, perché chi fa queste cose preferisce fare le cose “con stile”, così che nessuno sospetti nulla. Perfetto per un sequel di giallo degno di un premio alla sceneggiatura più contorta.
Il dolore di una famiglia e la tragedia amplificata
Il legale della famiglia di Pamela ha la cortesia di ricordarci che la sua mamma, Una, definisce “uno scempio disumano” la profanazione della tomba. Che novità, davvero! Come se la perdita atroce della figlia non fosse abbastanza, ora bisogna anche subire l’oltraggio post mortem. Che dolce epilogo per una vicenda tanto straziante.
Le parole della madre sono il manifesto di questa assurda pantomima: “Non abbiamo solo perso Pamela in modo atroce, ma dobbiamo anche sgomitare con un’altra violenza, completamente priva di senso”. Forse sperava in una quiete postuma, ma a quanto pare anche l’aldilà è un campo di battaglia sfruttato da chi non ha nemmeno rispetto per i defunti.
Il terribile omicidio dietro la vicenda
Pamela Genini, modella di 29 anni, è stata brutalmente uccisa il 14 ottobre 2025 nel suo appartamento nel quartiere Gorla di Milano. L’assassino? L’ex compagno Gianluca Soncin, che forse voleva un’accoglienza più “calda” e ha deciso di anticipare i tempi con oltre trenta coltellate. Gentile, non c’è che dire.
L’uomo, che pare avesse già perseguitato la giovane nei mesi precedenti, è entrato con una copia delle chiavi a sua insaputa – perché la privacy è un optional in queste storie – e ha messo in scena l’aggressione fulminea con vicini a fare da rumoroso testimone grazie alle loro urla e al 112 chiamato in fretta e furia.
Dopo l’atto di violenza, tale Soncin ha tentato un suicidio tanto disperato quanto fallimentare, venendo prontamente fermato dalla polizia. Per fortuna, altrimenti questa tragedia avrebbe anche un finale da fiction. Ma qui siamo nella realtà, purtroppo dolorosamente amara.



