Guerra in Iran: dopo l’attacco Usa-Israele, ecco il solito caos in diretta

Guerra in Iran: dopo l’attacco Usa-Israele, ecco il solito caos in diretta
Ishaq Dar ci informa con tono enfatico che Islamabad sarà teatro di prossimi “colloqui” tra Stati Uniti e Iran. Chissà se saranno incontri faccia a faccia o solo una delle tante teleconferenze diplomatiche di cui nessuno saprà nulla. Inutile cercare conferme dagli americani o dagli iraniani: silenzio assoluto, come se fosse un segreto di Stato che però tutti vogliono sbandierare.

Intanto, a Gerusalemme, la tensione politica sfocia nell’assurdo ridicolo: durante la Domenica delle Palme, il palco sacro del Santo Sepolcro viene trasformato in una barricata da parte della polizia, che blocca senza pietà il cardinale patriarca dei Latini Pierbattista Pizzaballa e il Custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo. Motivo? Semplice, non possono raggiungere la basilica per celebrare l’inizio della Settimana Santa. Strano, ma evidentemente l’irriverenza è il nuovo protocollo politico-religioso a Gerusalemme.

Pizzaballa ha commentato con la serafica constatazione: “Non era mai successo, serve rispetto per la preghiera.” Ecco che una richiesta di rispetto diventa già un atto rivoluzionario in tempi di permessi sbarrati e divieti incomprensibili.

Il Pentagono ripensa all’improbabile

Nel Pentagono, quel tempio della strategia militare, si fa strada un’idea che pare uscita da un film di spionaggio: un possibile coinvolgimento diretto sul terreno in Iran. Ovviamente non si tratta di un piano deciso, ma – attenzione – di un’opzione che è tornata stabilmente sul tavolo delle “pianificazioni operative”. Tradotto: tutti ci pensano ma nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce.

La vera attrazione fatale è lo Stretto di Hormuz, quell’imbuto petrolifero cruciale per il traffico energetico globale e, dettagliando ancor di più, l’isola di Kharg, il più importante terminal petrolifero iraniano, diventato il simbolo di questo intrico geopolitico e strategico.

Un panorama di contraddizioni e tensioni

Da una parte, la politica statunitense politicamente “morigerata” mostra i muscoli sui confini strategici dell’Oriente medio, dall’altra vediamo Netanyahu battibeccare con chiese e istituzioni religiose come se stesse dirigendo un teatro dell’assurdo. L’ambiguità di questi giochi di potere sfiora l’assurdo, perché mentre si finge dialogo diplomtico, sul terreno e nelle strade si respira tutto l’oppresso rancore di un conflitto senza fine.

Insomma, siamo al solito spettacolo di una geopolitica che si struscia tra strategie nebulose, interessi economici e teatralità religiosa, mentre i cittadini restano spettatori passivi o, peggio, pedine in un gioco che definire crudele è un eufemismo.

Le spese militari aumentano, il Parlamento israeliano non si fa scrupoli e volutamente ignora ogni appello di pietà o moderazione: la difesa viene prima di tutto, anche se comporta sofferenze e altre follie. Sono 62 i voti favorevoli contro 55 contrari, un margine tanto sottile quanto tragicamente determinato.

Nel frattempo, si registra un piccolo episodio di guerra non dichiarata: un casco blu dell’UNIFIL è stato ucciso da un’esplosione nel sud del Libano. Magia delle guerre moderne, dove nessuno conosce esattamente le “circostanze” e, ovviamente, inchieste son state “avviate”. Parole rassicuranti, mentre la realtà è che l’area resta un pentolone ribollente di tensioni e incomprensioni senza soluzione.

Un casco blu, cioè uno di quei mitici “soldati della pace” che la ONU tiene in giro per il pianeta, è riuscito a farsi saltare in aria in una postazione Unifil nel Sud del Libano. Ovviamente, le circostanze sono avvolte da quella celebre nebbia dell’imprecisione: nessuno sa come sia successo, ma intanto un povero uomo è morto e un altro è gravemente ferito. L’indagine è stata avviata, tant’è vero che la missione di pace ci tiene a sottolineare che “nessuno dovrebbe perdere la vita al servizio della pace”. Bellissima metafora, peccato che questa pace sembri un optional in questa triste soap opera mediorientale.

Chissà se la “pace” di cui parlano è quella che lascia esplosioni di mistero e morti “inspiegabili” per strada. Un dettaglio insignificante, certo, nel panorama geopolitico dove tutto è così cristallino e sotto controllo.

Netanyahu concede accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro… ma con qualche condizione di troppo

Nel frattempo, il celebre premier israeliano Benjamin Netanyahu si è sentito generoso e affabile sui social, annunciando un provvidenziale “accesso immediato” alla Chiesa del Santo Sepolcro per il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino. Non fosse che questa concessione arriva proprio mentre Gerusalemme è diventata zona rossa per fedeli e turisti, con missili balistici iraniani che girovagano a casaccio sopra i luoghi sacri delle tre principali religioni monoteiste della Città Vecchia.

Benjamin Netanyahu said:

“Ho dato istruzioni alle autorità competenti affinché al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino, sia concesso pieno e immediato accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme.”

Ma, naturalmente, la generosità ha il suo prezzo: nelle ultime settimane Israele ha invitato i fedeli di tutte le fedi a non pregare nei luoghi sacri per evitare spiacevoli incidenti, e il cardinale, per la sua sicurezza, ha dovuto astenersi persino dal celebrare la Messa, perché, diciamolo, niente stimola la devozione come un missile balistico in arrivo a pochi metri da te.

Benjamin Netanyahu ha poi aggiunto:

“Per proteggere i fedeli, Israele ha chiesto ai membri di tutte le fedi di astenersi temporaneamente dal pregare nei luoghi sacri cristiani, musulmani ed ebraici della Città Vecchia di Gerusalemme.”

Tradotto: potete pregare tranquillamente, ma a casa vostra, e non venite a lamentarvi se vi mancano la messa, la preghiera per il venerdì o lo shabbat, tutto questo per il bene “superiore” della sicurezza.

Ovviamente, appena il cardinale ha provato a infrangere questa magica linea del “non toccare le sacre funzioni”, subito è stato richiamato all’ordine. Ma non temete, che il nostro caro premier, appena ha raccolto la lamentela, si è subito fatto garante del diritto… a tornare a celebrare.

Benjamin Netanyahu said:

“Pur comprendendo questa preoccupazione, non appena ho appreso dell’incidente con il cardinale Pizzaballa, ho dato istruzioni alle autorità affinché il patriarca potesse celebrare le funzioni religiose come desidera.”

Apprezzabile, anche se quel che sembra un gesto magnanimo è più simile a un giro di parole che camuffa la semplice imposizione di una morsa di controllo: sicurezza e fede fuori sincrono, e una popolazione relegata a spettatrice di questo circo insanguinato.

Insomma, da un lato si celebra la pace morta in un’esplosione senza spiegazioni, dall’altro si gestiscono le fedi come fossero oggetti fragili da nascondere dietro zone rosse e restrizioni. Nel mezzo, chi avrebbe bisogno di risposte sane e qualche sprazzo di vera sicurezza può solo arrendersi allo spettacolo teatrale del potere.

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