Che sfortuna: Honda-Sony si impantana nel magico mondo delle auto elettriche e fallisce alla grande

Che sfortuna: Honda-Sony si impantana nel magico mondo delle auto elettriche e fallisce alla grande

E così, dopo averci sfinito con la favola della rivoluzione nella rivoluzione, con l’auto che non sarebbe stata più un semplice mezzo di trasporto ma un salotto su ruote, un tempio digitale, un’estensione sacra della nostra anima connessa, arriva la doccia fredda: stop. Sony Honda Mobility chiude bottega, e la tanto decantata “Afeela 1” resta solo un bellissimo rendering, la seconda vettura non è mai esistita e i preordini americani, con quella grazia da manager dal cuore di pietra, vengono rimborsati senza alcun senso di colpa. Come? Davvero? Dopo anni di proclami messianici su un futuro elettrico, intelligente, connesso, in cui Honda avrebbe messo le ruote e Sony l’intelligenza artificiale da sogno, ora si fa marcia indietro come se nulla fosse. Come annullare una pizza perché ha piovuto.

La scusa ufficiale? Irresistibile. Mercato statunitense in ribasso, incentivi fiscali spariti, strategia rivista, e impossibilità di sfruttare le tecnologie Honda. Tradotto dal politichese: la gente non sta comprando queste dannate auto elettriche come si era pronosticato tra un PowerPoint e l’altro, con gli occhi pieni di visioni futuristiche. Honda, colosso indiscusso, ha appena messo in pausa tre modelli elettrici per il Nord America e ha messo a segno la sua prima perdita netta dal 1957. Roba da far piangere i samurai: dopo settant’anni di profitti ininterrotti, l’apocalisse arriva inseguendo la tanto agognata “rivoluzione verde”.

Fino a ieri, però, il disco era un altro. L’auto elettrica doveva essere l’inevitabile, il destino manifesto di tutti noi corridori su quattro ruote. Un’esperienza, un device, il prolungamento del nostro io digitale. Sony avrebbe messo la magia, Honda la solidità. In tandem, avrebbero creato il perfetto ritratto dell’efficienza giapponese: un oggetto impeccabile, silenzioso, un tantino arrogante nella sua supremazia tecnologica. Peccato che la realtà, quella basica fatta di clienti reali che consultano con orrore i listini e il conto della corrente, abbia detto: grazie, ma no grazie.

Questo è il copione classico di ogni bolletta tecnologica che si gonfia e poi esplode: entusiasmo messianico iniziale, seguito da un silenzio imbarazzante e infine da una nota congiunta scritta con la freddezza di un notaio. La stessa storia che abbiamo già visto con bitcoin, metaversi e altre fantasmagorie che promettevano di rivoluzionare il mondo, ma che si sono limitate a prosciugare le tasche di qualche investitore sprovveduto.

Solo che questa volta parliamo di automobili: roba solida, tangibile, fatta di ferro e ruote—beh, più o meno nel caso delle elettriche—cose che la gente usa quotidianamente, non solo immagina. E allora? Tutto questo chiacchiericcio sulla “fine dell’auto come la conoscevamo”, sulla “mobilità del futuro”, sull’”ecosistema integrato”? Solo fumo negli occhi? O un’idea seria semplicemente cancellata dai numeri crudeli del mercato? Domanda retorica, ovviamente. La risposta è sempre la stessa: un mix perfetto. Ci credevano davvero, fino a quando non gli è convenuto più crederci.

La solita storia delle tecnologie: si parte sognando un mondo nuovo e si arriva a fare i conti con i numeri del bilancio. Addio rivoluzione nella rivoluzione, benvenuta realtà amara.

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