Quando chiudere tre linee della metropolitana diventa la soluzione geniale per migliorare la mobilità urbana

Quando chiudere tre linee della metropolitana diventa la soluzione geniale per migliorare la mobilità urbana

Milano si è trasformata in un remake futuristico di città fantasma, almeno per la sera di venerdì 27 marzo. Dalle 18 in poi, grazie a uno sciopero nel settore del trasporto pubblico locale, le linee della metro M1, M2 e M3 hanno deciso di prendersi una pausa, lasciando i pendolari a sognare note di “rallentamento metropolitano”. Ironia della sorte, però, le coraggiose linee automatizzate M4 e M5, senza neanche un autista umano a bordo, sono rimaste operative, quasi a ricordarci che la tecnologia non sciopera e, soprattutto, non si lamenta. Nel frattempo, tram, bus e filobus (almeno loro) continuavano a zampettare invischiati nel traffico.

Il siparietto mattutino aveva già anticipato il caos: per la prima fase dello sciopero, a pagare dazio era stata la sola M3, tra le stazioni di Milano Centrale e Comasina. Ma la tragedia metropolitana si era momentaneamente calma intorno alle 13:30, quando la circolazione ha ripreso a camminare – lentamente, ma pur sempre camminare.

Uno sciopero che grida… oppure bisbiglia?

Come dichiarato dagli impavidi rappresentanti di Al Cobas, questa agitazione non è solo un capriccio di qualche capriccioso bancario del biglietto. No, è una vera richiesta di giustizia: “Basta turni massacranti, basta ricatti, basta finzioni”. Un menù da chef per rivoluzionare un’organizzazione del lavoro che, a sentire loro, impiega una strategia degna di un film horror per terrorizzare chi guida, chi lavora nei depositi e chi, incredibilmente, mantiene ancora in piedi il servizio pubblico. Nel frattempo, l’azienda continua a raccontare storie di “modernizzazione” e “dialogo”, due concetti che evidentemente fanno rima soltanto su un puzzle aziendale che fa acqua da tutte le parti.

Per i portavoce del malumore, la realtà più cruda è ben più pragmatica: turni ingestibili, raddoppiati, senza alcun respect per i tempi di recupero, notti lunghissime senza neanche un minuto di respiro. E non è tutto: i carichi di lavoro sono lievitati come una torta mal riuscita, senza che il personale aumentasse minimamente. Intanto, i salari sono fermi, immobili come statue, a dispetto di inflazione galoppante e bilanci aziendali che strabordano di attivi. E come ricetta finale? Pressioni disciplinari continue, controlli maniacali, microgestione fino all’ossessione e una colpevolizzazione che definire costante è un eufemismo. Ah, e non dimentichiamo la totale assenza di un confronto vero e concreto con quelli che, in effetti, fanno davvero funzionare il servizio. Un autentico capolavoro di gestione aziendale, degno di un premio alla peggiore commedia tragica del lavoro contemporaneo.

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