Paul McCartney torna con The Boys of Dungeon Lane, il suo diciottesimo album solista, previsto per il 29 maggio. Sembra quasi una provocazione per uno che ha già praticamente fatto la storia della musica, presentarsi con un disco tanto personale da scardinare ogni cliché da icona immortale.
Questo lavoro affonda le radici in una Liverpool postbellica – sì, proprio quella che raccontano i libri di storia – dove il nostro ex Beatle è cresciuto molto prima che il mondo intero fosse travolto dalla sua musica. Non manca quasi nulla: i pomeriggi malinconici lungo il Mersey, le prime note con la chitarra, i legami indissolubili con John Lennon e George Harrison e, ovviamente, la vita semplice e quasi naïf nei quartieri popolari di Speke e Forthlin Road. C’è un certo fascino nel vedere un monumento della musica ritornare a casa, ma con un album che sembra quasi scritto per ricordargli personalmente da dove viene.
L’album è anticipato dal singolo “Days We Left Behind”, un pezzo essenziale costruito soltanto con chitarra e voce, in cui qualsiasi sovrastruttura sonora è stata gentilmente invitata a restarsene fuori. Una scelta coraggiosa, vero, per uno che poteva anche tranquillamente mettere su un’orchestra sinfonica e dire “eccolo”. Eppure, questa semplicità rasenta il sublime e apre un percorso emotivo che riporta McCartney a gesti e memorie d’adolescenza che sembrano quasi banali, se non fossero parte di un uomo che ha scritto pagine indimenticabili della musica mondiale.
Il processo creativo, che è il vero cuore pulsante di questa operazione, nasce quasi per caso durante un incontro con il produttore Andrew Watt: una semplice progressione di accordi improvvisata diventa la base della prima canzone e dà il via a una serie di sessioni tra Los Angeles e il Sussex. Tra un tour mondiale e un altro, McCartney si è concesso questo lusso: lavorare con il tempo che ha deciso lui, senza la frenesia da star del passato.
Musicalmente, The Boys of Dungeon Lane è un patchwork di riferimenti: si naviga dal rock che fischietta rimembranze dei Wings alle armonie ricamate che evocano i Beatles, passando per ballate intime e nuove canzoni d’amore che, proprio per la loro semplicità, suonano disarmanti. Ma il vero protagonista resta il racconto di un uomo che, con una sincerità mai ostentata prima, tenta di rileggere la propria esistenza e la propria carriera dall’alto della consapevolezza, senza alcuna pretesa di leggenda, ma piuttosto con l’umiltà di chi torna a casa e va a spulciare nei cassetti della memoria.
In definitiva, McCartney ci regala una fotografia definitiva di sé stesso, un ritratto struggente di quel ragazzo di quartiere che ancora vive, per quanto avvolto nella patina di una stella senza tempo. Se le leggende devono nascere dall’autenticità, questo album potrebbe anche essere l’antidoto perfetto al mito ingombrante e impeccabile che tutti crediamo di conoscere.



