Non tutti avranno il piacere di ricordare che un giorno, nel lontano passato, qualcuno ebbe la brillante idea di depositare in Parlamento una legge «per tutelare la salute pubblica» e «promuovere la socialità tra i cittadini». L’arma segreta? Un’iniziativa geniale chiamata «silenzio tv»: ogni sabato zero trasmissioni televisive, con chi non rispettava queste giornate sacre punito a suon di oscuramento per una settimana intera. E no, non era roba da due folli sconosciuti, bensì un progetto bipartisan che vedeva fianco a fianco Adriana Poli Bortone dell’Msi, Michele Boato dei Verdi, Luigi Grillo della Dc e Francesco Forleo del Pci. Ospite d’onore tra i firmatari? Nientemeno che il grande Gino Paoli, isolato comunista indipendente. Era il 1988: metà strada tra l’era della cassetta VHS e l’alba di Mani Pulite.
Ma cosa spingeva questi paladini del benessere nazionale a una simile crociata? Semplice: ormai era «assodato» che la televisione provocasse danni fisici, dalla vista fino a aritmie cardiache, emicranie, persino l’assorbimento di raggi X (ingiustificatamente). E naturalmente non poteva mancare l’elemento più pauroso di tutti: devastazioni psichiche, specialmente sui bambini. Se sostituiamo «televisione» con «social» e aggiorniamo il linguaggio all’era digitale, ecco che, con gran sorpresa, trentotto anni dopo siamo ancora seduti nella stessa poltrona a tremare davanti all’ignoto, vecchio o nuovo che sia.
La proposta del 1988 potrebbe tranquillamente candidarsi a copione di una satira del 2026: “La tv rovina i bambini, psicologi e sociologi non si stancano mai di ripeterlo, con conseguenti incubi, ansie e forti tensioni emotive nei piccoli pazienti”. E ancora ieri, il solito ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, in seguito alla tragedia della professoressa accoltellata da un ragazzino, ha usato il suo megafono per citare quei “numerosi studi” che raccomandano di non solo bandire gli smartphone dalle scuole, ma addirittura vietare ai giovanissimi l’accesso ai social.
Giuseppe Valditara ha detto:
“L’influenza dei social può essere devastante per la violenza che contengono e che propagano a ragazzi che non hanno ancora la maturità necessaria per gestire le insidie di questi mezzi (…) c’è una diffusione di violenza online che non ha precedenti.”
Curiosa coincidenza: la legge dell’88 ammoniva con la solita tiritera sulle ore passate davanti al tubo catodico, dove i bambini “perdono il senso tra realtà e finzione, assorbendo una montagna di violenza che li trasforma in giovani senza rimorsi né rispetto per la vita.”
E mentre noi chiudiamo il cerchio sull’ossessione sociale, in queste stesse ore ci arriva notizia della sentenza di un tribunale di Los Angeles: i social di Mark Zuckerberg (e compagnia varia) sono stati condannati a risarcire una ragazza per la dipendenza sviluppata stando incollata a Instagram per ore ed ore. Apparentemente, qualche esperto ha convinto la giuria a equiparare questa dipendenza a quella da tabacco o droga. Qualcosa che in realtà, come al solito, rimane amaramente controverso.
Non suona familiare? I consueti studi di decenni fa dichiaravano la tv una droga della quale non si può più fare a meno. Non bastava aprire cliniche per l’infanzia “teledipendente”, come se facesse tanto chic a Chicago (l’America il solito faro al quale rivolgersi, ovvio), ma la soluzione era semplicemente: spegnere quel maledetto apparecchio.
Nel 1988, ahimè, non potevamo ancora temere il diabolico algoritmo. Il mostriciattolo mefitico che ci bombardava con post e video su misura, una dopo l’altra, azzeccando sempre i nostri gusti per incatenarci allo smartphone, trasformarci in schiavi digitali, inghiottire pubblicità come se non ci fosse un domani e stordirci per ore interminabili. Perché, ecco la morale scintillante, se non stai pagando per un prodotto, allora il prodotto sei proprio tu.
E no, non voglio semplificare troppo la cosa. È il cuore vibrante del mercato: venderti oggi qualcosa che poi, fidati, tornerai a comprare domani.
Però, tolgo la patina di buonismo e vi propongo una lettura più magica dell’intera pantomima, segnalandovi gli “stregoni” di turno, sempre pronti a lanciare maledizioni e a ordinare divieti. In fondo, cambiare il mondo proibendo ciò che infastidisce è un’arte antica.
Immaginate un mondo incantato dove la televisione, quel magico portale luminoso, è in realtà una macchina ipnotica capace di infilare nelle nostre teste messaggi subliminali più efficaci di qualsiasi incantesimo da fiaba. Un famoso pubblicista americano, con tutta la saggezza di un moderno stregone, ci informa che grazie a quella scatola magica veniamo spinti a desiderare l’impossibile fino a svuotare il portafoglio. E naturalmente tutto questo laborioso lavoro è finanziato dagli arcani custodi della pubblicità, che, sottolinea l’oracolo, non è altro che “un rapporto di potere”. Indovinate a chi serve tutto questo potere? Più semplicemente per farci comprare roba, quella roba di cui, presumibilmente, non avremmo mai sentito il bisogno.
E non finisce qui: i giovani, quei poveri orfani dell’informazione televisiva, si gettano a capofitto nei mari agitati dei social media, dove regnano le fake news più rozze e spudorate. Un’inondazione di dati caotici e contraddittori li travolge talmente tanto che alla fine si arrendono, spalancando le porte alla manipolazione da parte dei nuovi sovrani digitali, le cosiddette Big Tech. Già dal 1988, si avvertiva del pericolo: non solo non c’è un’informazione corretta, ma ce n’è pure tanta, troppa, così tanta da far perdere il senso a chiunque, abbandonando il campo a un’élite tecnica e industriale che si mette comoda a decidere cosa dobbiamo sapere.
Questa teoria sul potere oscuro dei social è diventata popolare grazie a Jonathan Haidt, psicologo americano di grande prestigio, sebbene qualcuno cominci a sospettare che la sua scienza sia un po’ più opinione che fatto. Il suo libro “La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli” è diventato un bestseller planetario e ha dato ispirazione a leggi proibizioniste in diversi paesi, vietando i social ai minori. Ma non è finita: Haidt è tornato con un altro volume intitolato “La generazione fantastica”, dove la soluzione miracolosa per salvare i nostri ragazzi dall’abisso digitale è tanto semplice quanto rivoluzionaria: spegnete quel dannato telefonino e tornate a parlare tra voi, come facevano i nostri nonni.
Secondo Haidt, bisogna “aiutare i giovani a riconquistare l’infanzia nel mondo reale”. Giocare, interagire, socializzare di persona: insomma, roba da sfigati prima dell’era digitale. E per farlo, bisogna bandire la televisione e tutto quanto fa da controparte digitale, perché, udite udite, “guardare la tv vuol dire giocare meno, e giocare è essenziale per lo sviluppo emozionale e intellettuale dei bambini”. Auguri a chi ha passato più tempo a fissare uno schermo che a parlare con i genitori o fare due passi coi coetanei: arriverà all’età adulta felice e pieno di vita sociale. Certo, l’isolamento dovrà farsene una ragione, e che importa se cade di nuovo vittima del tubo catodico per sfuggire a quel vuoto esistenziale? No, il futuro senza tv sarà qualcosa di paradisiaco, con gente che si abbraccia, partecipa, e soprattutto, non subisce più lavaggi del cervello.
In un’ottimistica visione del futuro, Jonathan Haidt prevede che il fatidico 2026 sarà ricordato come l’anno in cui il mondo ha finalmente detto basta ai social. Un enorme brindisi sulla tazza del water digitale e tutti a rivedere insieme le meraviglie della televisione. Genitori e figli riuniti sul divano come se fossimo negli anni Sessanta, a condividere la gioia di un’infanzia finalmente “vera”. D’altronde, niente dice “felicità” come un pomeriggio davanti al piccolo schermo, no?



