Ma attenzione: avere un contratto rinnovato non è un privilegio, parola. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è cosa da principi. Lavorare senza la solita precarietà eterna non è un regalo. E fare informazione libera, professionale e indipendente, senza dover chinare la testa davanti a ricatti economici, beh, quello sarebbe addirittura un diritto. Altroché favole!
Garantire condizioni decorose per chi lavora, per chi entra in questa tanto amata professione e per chi la lascia, è considerato un elemento di civiltà. Assicurare un futuro all’informazione, quel bene comune che la nostra splendida Costituzione protegge con l’articolo 21, strettamente legato all’articolo 36 sulla tutela del lavoro, è un dovere sociale. Peccato che gli editori la pensino diversamente, preferendo scaricare i costi del lavoro sulla povera collettività.
I numeri, quelli piccoli dettagli fastidiosi, raccontano una storia molto diversa da quella di sacrifici necessari. Tra il 2024 e il 2026, questi illuminati editori hanno incassato la bellezza di 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso arco temporale, si sono visti elargire altri 66 milioni per ben 1.012 prepensionamenti. Non finisce qui: tra il 2022 e il 2025 i risparmi sull’acquisto della carta ammontano a circa 154 milioni, e tra il 2024 e il 2026 altri 17,5 milioni sono destinati a investimenti in “tecnologie innovative”. Insomma, una pioggia di privilegi per pochissimi, ovviamente a spese del restante, sofferente, popolino italiano.
Dal 1° aprile 2016, quando è scaduto l’ultimo contratto, tutto ciò che poteva peggiorare lo ha fatto: carichi e ritmi di lavoro sono cresciuti a dismisura, le prestazioni si devono moltiplicare su piattaforme infinite, e le redazioni sono diventate poco più di fantasmi. Le retribuzioni? Fermissime, se non addirittura spolpate dall’inflazione o – ciliegina sulla torta – ridotte da improvvise e selvagge forfettizzazioni.
Riconoscere la dignità del lavoro dovrebbe essere il punto di partenza per qualsiasi discussione seria, ma in questo scenario è un eccesso, un lusso che non ci si può permettere. La narrazione dominante dipinge queste richieste come esagerazioni ridicole e pericolose, minando alle radici il lavoro e soprattutto la qualità dell’informazione. Ecco la verità perversa: senza diritti e tutele, il giornalismo muore. Con esso, svanisce anche la democrazia, protagonista in crisi da troppo tempo.
Questo sciopero non sta mica difendendo privilegi. No, sta difendendo un principio semplice, quasi ovvio: il nostro lavoro vale. E vale bene, non si svende. Amen.



