«Se il Signore vorrà concedermelo, tornerò. Sì, tornerò in classe, tra quei banchi da cui sembrava che non sarei mai dovuta uscire. Tornerò a insegnare, a nutrire quel debole bagliore di fede nei giovani, a camminare con loro sulle strade tortuose della crescita. Perché, nonostante tutto, insegnare rimane il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più immensa». Così esordisce Chiara Mocchi, la professoressa pugnalata a Trescore Balneario da uno studente di terza media, in una lettera dettata al suo avvocato Angelo Lino Murtas dal letto d’ospedale. Una prof che, tra un coltello e un momento di terrore, trova spazio per la poesia della speranza: missione impossibile, quasi da film.
Tra una ferita che avrebbe dovuto trasformarsi in un muro invalicabile, Chiara parla invece di un ponte. Un ponte verso una scuola più attenta – come se non fosse già abbastanza complicato – e verso una società che sembra sempre più decisa a dividersi, ma che lei vorrebbe unita. Verso un’umanità nuova che, guarda caso, dovrebbe avere un occhio in più per quei ragazzi complicati, come il suo aggressore, il quale probabilmente non sa nemmeno il motivo profondo di tanto furore. Né i genitori, naturalmente, sapranno spiegare il cosa e il perché di cotanta follia.
Il suo commovente saluto arriva al termine della lettera: grazie a tutti, per averla salvata, sostenuta e mantenuta viva col pensiero e l’affetto. Grazie per averle dato la forza di guardare avanti, perché tornare indietro sarebbe un viaggio senza ritorno. E, soprattutto, grazie per regalarle il sogno ridicolo e inattaccabile di provare a farcela ancora.
Chiara Mocchi continua con riflessioni che sembrano uscite da un copione di un film troppo patetico per un contesto reale:
«Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine. Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo».
«Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare. Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità».
Un assaggio di umanità tra il caos
Nonostante le ferite e lo shock, Chiara trova la forza – evidentemente inesauribile – di rivolgere ringraziamenti che sembrano voler mettere una pezza alla tragedia, ma che sottolineano piuttosto il caos di una situazione incredibile: ai colleghi con sangue freddo degno di un episodio di NCIS che si sono messi in mezzo al pericolo senza esitare; agli studenti terrorizzati, che hanno assistito a qualcosa di incancellabile a soli tredici anni – roba da traumatologo infantile in pensione; e infine al personale dell’elisoccorso che ha curato il disastro, fermando l’emorragia con la pazienza e la precisione di un chirurgo in un videogioco di sopravvivenza.
Naturalmente, Chiara sottolinea con un’empatia quasi fastidiosa come non provi rabbia né paura nei confronti di chi le ha reciso per un attimo il destino, ma soltanto il desiderio di veder crescere sereni e protetti quei giovani che, proprio come lei, si trovano a navigare in un mare tempestoso chiamato scuola.
Quel ragazzino “timido e inquieto” con coltello e scacciacani nello zaino
Sul fronte del colpevole, per carità, nulla di nuovo sotto il sole: un “ragazzino timido e inquieto”, ovvero la classica definizione che fa tanto da copione in quasi ogni fatto di cronaca simile. L’aggressione, questa volta, è esplosa con la violenza di un’inarrestabile tempesta, con tanto di coltello e pistola scacciacani nascosti nello zaino, come un moderno pirata dei banchi.
Che ci sia dietro un disagio profondo non è solo un sospetto, ma una certezza nell’aria. Peccato che nessuno possa – o voglia – ascoltare cosa succede davvero dentro quegli zaini e, soprattutto, nelle teste di chi li porta quotidianamente nelle aule scolastiche.
E così, tra video amatoriali che riproducono con impressionante crudezza ogni istante dell’aggressione e un sistema scolastico sempre meno a prova di… follia, ci troviamo a raccontare storie che fanno domandare: quando impareremo che la sicurezza va oltre i metal detector e le telecamere? Forse quando smetteremo di negare che alcune scuole sono piccoli teatri di guerra dove si recitano drammi troppo grandi per i nostri ragazzi.
Che lodevole dimostrazione di gratitudine da parte della nostra eroina silenziosa! A medici, infermieri e operatori sanitari, che con una delicatezza quasi soprannaturale hanno trasformato un intervento chirurgico in un’esperienza famigliare. Del resto, cosa sono quelle ore di angoscia se non un momento di tenera intimità tra bisturi e sorriso? E naturalmente, un applauso alle forze dell’ordine, sempre pronte a cimentarsi nella difficile arte di riportare ordine in un mondo ormai incapace di governare se stesso.
Non dimentichiamo il fratello, il buon Giampaolo, che ha tremato, pregato e vegliato con una fede incrollabile, come se tutto ciò fosse una scena da un romanzo d’appendice, piuttosto che la cruda realtà. E poi, subentra l’immancabile figura dell’avvocato, Angelo Lino Murtas, che accompagna con quella “sensibilità e competenza” che si attribuisce solo ai protagonisti di situazioni troppo complesse per i comuni mortali.
Ah, i genitori! Quelli che mettono in fila messaggi, abbracci a distanza e lezioni di vita intrise di empatia, la parola magica che rende tutto comprensibile, o almeno sopportabile. E come se non bastasse, un fenomeno sconosciuto, il potere “dell’anima ricucita” da mille fili invisibili di messaggi e preghiere ricevuti da perfetti sconosciuti: effetti speciali da far impallidire qualsiasi sceneggiatura hollywoodiana.
La ciliegina sulla torta? La professoressa, sopravvissuta al trauma, si rivolge direttamente ai suoi studenti – immaginate la scena epica –, conferendo loro l’incarico di non lasciarsi fagocitare dal “buio”, e di affrontare il futuro con un coraggio che quasi ci sovrasta l’ironia. Un tocco di vittimismo pedagogico che, naturalmente, non può mancare in questa tragicommedia umana.



