Juan Grabois svela l’Argentina, il terreno di gioco segreto della destra mondiale che nessuno si aspettava

Juan Grabois svela l’Argentina, il terreno di gioco segreto della destra mondiale che nessuno si aspettava

Juan Grabois, fondatore del Movimiento de Trabajadores Excluidos (MTE) e dell’Unión de Trabajadores de la Economía Popular (UTEP), un aggregato mastodontico di quasi mezzo milione di lavoratori informali, si trova nello scomodo ruolo di voce di chi nella società argentina è ormai considerato un “rifiuto”. Cartoneros, venditori ambulanti, operai dei refettori popolari, precari del tessile: questi sono i “lungimiranti” rappresentati di un Parlamento che sembra aver dimenticato cosa significhi dignità e giustizia sociale. Grabois, già candidato alle primarie presidenziali e oggi uno degli unici oppositori a Javier Milei, si trova a combattere contro le riforme lavorative che stanno trasformando l’Argentina in un laboratorio a cielo aperto per l’estrema destra globale.

Nel mezzo del cinquantenario del golpe che ha dato origine alla feroce dittatura di Jorge Videla, Grabois ci spiega perché la riforma del lavoro appena approvata è un colpo mortale, non solo per l’Argentina, ma per tutti coloro che credono ancora nel diritto e nella civiltà.

“Questa riforma… o dovremmo dire ‘controriforma’?”, ci dice Grabois, “fa finta di ignorare che tra datore di lavoro e lavoratore non c’è parità: un’asimmetria riconosciuta fin dalle basi del costituzionalismo sociale mondiale. L’Argentina di Milei è solo un laboratorio per testare politiche antipopolari così radicali da far impallidire chiunque.”

“Questa non è una semplice riforma, ma un attacco frontale ai lavoratori dell’economia popolare, quelli che si sono inventati un lavoro in comunità, e ai nuovi sfruttati delle piattaforme digitali. Il risultato? La ‘peruvianizzazione’ dell’economia argentina, una glorificazione dell’informalità e della completa deregolamentazione come presunti motori di crescita.”

Milei e l’arte della repressione dilagante

Ah, Javier Milei, il campione dei “liberi mercati” e della “mano invisibile” che strangola i diritti. La sua agenda non è altro che un inno alla repressione spietata contro ogni forma di opposizione, sia sindacale che culturale o artistica. Gli organi pubblici, infatti, sembrano utilizzati come lanciatori di zizzania contro chiunque osi dissentire.

E il mercato del lavoro? Ah quello viene smantellato pezzo per pezzo, rimosso, ridotto a un groviglio di contratti precari e diritti calpestati, il tutto accompagnato da una degna colonna sonora di repressione sociale di estrema destra. Se qualcuno pensava che questa ricetta fosse una peculiarità argentina, lo aspettiamo al prossimo balcone europeo, dove il copione è stranamente simile.

Per contrastare questo assalto, Grabois rivendica con spavalderia la sua strategia: “Scontro frontale. Non ci piegheremo a un sistema che vuole trasformare ogni lavoratore in un mero ingranaggio al servizio del profitto. Lottiamo per un sistema inclusivo, che garantisca diritti sacri come terra, casa, lavoro, pane, salute e istruzione.”

Non contento, aggiunge: “In Parlamento combatto contro la disgregazione permanente del nostro paese, mentre nelle strade la nostra risposta è una mobilitazione continua. Il governo apre un fronte di scontro dopo l’altro per prosciugare le nostre energie, ma la nostra resistenza è altrettanto inesauribile.”

Un consiglio poco amichevole alla sinistra europea

Alla sinistra europea, Grabois offre un verdetto senz’altro poco catartico: “È nel mezzo di una crisi profonda che si allontana sempre più da ciò che serve davvero. Nessuna strategia concreta da parte delle forze popolari europee si vede all’orizzonte per proteggere quei valori umanisti ai quali dovremmo aggrapparci contro derive autoritarie come quella di Milei.”

“La solidarietà? Una bella parola da sbandierare nei comizi, ma ben poco praticata quando si tratta di guardare verso i paesi saccheggiati dagli stessi paesi europei durante il colonialismo. Il cosiddetto ‘populismo di destra’ avanza indisturbato perché non esiste un modello alternativo forte e coerente a contrastarlo.”

Da qualche parte nel magico mondo dei tweet e delle strategie elettorali, Donald Trump ha deciso di scatenare un altro show digitale, puntando il dito contro chi ha osato parlare della campagna elettorale del signor Milei. Per quale arcano motivo? Perché qualcuno ha avuto il coraggio di ribadire l’ovvio: che Trump è il vero capo, il burattinaio dietro le quinte di questa operazione sudamericana. Come se non bastasse, l’Argentina di Milei si incolla al governo di Trump come un’ombra inseparabile. Insomma, se a Trump va male, l’Argentina inevitabilmente farà un tonfo da circo, sfortunatamente senza rete di sicurezza.

Deliziosa citazione a margine: appunto Kissinger aveva già detto che essere nemici degli Stati Uniti è brutto, certo, ma esser loro amici è praticamente un invito al disastro totale. Speriamo che l’Argentina abbia preso appunti perché la storia di Bolsonaro sembra un vecchio copione già visto: quando Trump lascia la scena, il suo seguito cade a pezzi come un castello di carta bagnato.

Quando si tratta di rispondere all’ondata di estrema destra a stelle e strisce, quali opzioni rimangono all’America Latina? Apparentemente tutto è una questione di pragmatismo confuso e schizofrenico, alla Trump. Un giorno si rapisce il presidente Maduro, quello dopo si lascia libera la vicepresidente, senza spiegazioni ideologiche nient’affatto chiare. L’importante è fare caos, lasciare cicatrici e saccheggiare a volontà. Perché, in fondo, chi ha bisogno di una rivoluzione sociale o di un progetto di civiltà quando puoi semplicemente affondare nel disastro e nella violenza? Benvenuti nell’impero in declino, dove la parola d’ordine è solo “sfruttamento totale”.

Ovviamente, la stessa barzelletta da copione viene recitata anche in Europa. La dama vecchia e incerta, ridotta a chierichetta sottomessa ai voleri di Washington, si ritrova sempre più a fare da comparsa nelle sceneggiate americane. Una crisi di civiltà è dilagante, un duello eterno tra un umanesimo idealista e una disumanizzazione tecnologica che arriva da due fronti: la destra reazionaria e la tecnocrazia della Silicon Valley. Ah, quel paradiso distopico di inclusività e progresso selettivo, un vero apartheid digitale con il sorriso stampato in faccia.

Un Primo Piano Dall’Avamposto Cubano

Nel frattempo, un convoglio umanitario europeo decide di fare un salto a Cuba, regione martoriata da un blocco energetico appena firmato dal “nostro” eroe statunitense. Perché questa brillante mossa? Per proteggere gli Stati Uniti da un pericolo realmente esistente? Oh no, è solo un altro capriccio che prende corpo sotto l’etichetta di sicurezza nazionale, costringendo l’isola caraibica a sottostare a un embargo che più ideologico non si può.

La Casa Bianca non ha mai mandato messaggi più chiari: solo chi si inchina militarmente ed economicamente sotto il peso degli Stati Uniti potrà avere un futuro. Grazie per la gentilezza, davvero. Ecco perché in America Latina si sogna e si vorrebbe un’utopia: uno Stato plurinazionale, unione di popoli protagonisti e non sudditi. Da qui nasce il nome di questo curioso partito, Patria Grande, che vuole più di ogni altra cosa un’America Latina federale e confederale.

Curioso però come anche l’Europa si ritrovi a sgranare gli occhi di fronte allo stesso copione: frammentata e divisa apposta da Washington, incapace di inventarsi una nuova, reale missione storica senza prima una drastica trasformazione strutturale. Insomma, Europa e America Latina, due complici in un gioco di potere dove la speranza è solo un optional scomodo e spesso dimenticato.

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