Le catene al dettaglio minacciano rincari record se la guerra in Iran si trascinerà per mesi

Le catene al dettaglio minacciano rincari record se la guerra in Iran si trascinerà per mesi

Next, il grande illuminato del retail britannico, ha deciso di tirar fuori dal cappello la bellezza di 15 milioni di sterline di spese extra – praticamente il corrispondente di 20 milioni di dollari – attribuibili a quell’insopportabile inconveniente chiamato guerra in Medio Oriente, in particolare per carburante e trasporti aerei. Naturalmente, questa cifra si basa sull’idea ottimistica che tutto torni normale in soli tre mesi.

E se invece durasse un po’ di più? Lo ammettono candidamente gli stessi dirigenti di Next: oltre questo lasso temporale, le tanto amate “spese extra” potrebbero magicamente trasformarsi in prezzi al dettaglio più alti, da far pagare al povero consumatore. Follie, direte voi? Assolutamente no, solo la solita matematica da retail.

Next racconta anche che la regione mediorientale vale circa il 6% del suo fatturato totale, mica noccioline. Quindi, fatevi due conti: un’altra bella tanda di guerra potrebbe significare un doppio colpo per i negozi, con nuove spinte inflazionistiche e catene di approvvigionamento dal sapore sempre più spezzato, senza dimenticare la riduzione dei consumi perché poveri acquirenti sono già alle corde per l’aumento generalizzato del costo della vita. Insomma, una tormenta perfetta.

Ah, e come dimenticare la chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, il cancello d’oro per petrolio e gas, da cui scaturisce la rincorsa al rialzo dei prezzi energetici che sta ribaltando tutte le previsioni sull’inflazione in Europa e oltre. Sarebbe un disastro? Macché, è solo l’ennesimo capitolo di un romanzo infinitamente riciclato.

Philip Lane, capo economista della Banca Centrale Europea, ha detto che tra gli indicatori di inflazione da tenere d’occhio ci sono proprio le aspettative su aumenti dei prezzi e salari, naturalmente lanciati alle stelle dalle tensioni mediorientali. Un vero spettacolo da non perdere.

Quando H&M fa il minimo indispensabile

E poi c’è H&M, il gigante svedese che avrebbe solo il 3% dei suoi negozi bloccati in Medio Oriente e si vanta di avere poca volo aereo nella sua catena di approvvigionamento. Il loro CEO Daniel Ervér ha detto con incredibile nonchalance che la situazione geopolitica “potrebbe, se prolungata, aumentare leggermente la pressione sui costi”.

Tradotto in lingua comune: “Per ora, niente panico, ma se la faccenda dovesse continuare, allora magari la gente smetterà di comprare vestiti da gattini e principi azzurri.” Ovviamente senza specificare esattamente quando e come questa mannaia cadrà sulla povera clientela.

Secondo gli analisti, i rivenditori che vendono roba superflua saranno i più colpiti, visto che la guerra aggiunge quel tocco di incertezza che fa impallidire il già fragile spirito dei consumatori.

Ovviamente H&M promette investimenti in “miglioramenti qualitativi, acquisti stagionali e prezzi competitivi” per restare al passo. Un mantra da corporazione che suona straordinariamente rassicurante, ma che probabilmente significa solo più promozioni e sconti per far svuotare i magazzini.

Nel frattempo, le vendite locali in valuta costante di H&M per il primo trimestre calano dell’1%, eppure i costi sotto controllo hanno permesso di superare le aspettative sui profitti. Tale perfezione nei numeri è seguita da un “consumo cauto” e un “effetto traduzione valutaria” che è un modo elegante per dire “non ci capiamo una mazza”.

E tanto per gradire, in borsa il titolo ha ceduto un paio di punti percentuali il giovedì successivo.

Next: aumenta i profitti grazie alla guerra, niente paura!

Ma mentre H&M vacilla, a Londra Next si bea di un aumento delle previsioni di utile ante imposte, portandolo a 1,21 miliardi di sterline, +8 milioni in più. Più guerra, più profitti, più lacrime dei consumatori e più sorrisi delle lobby.

Gli analisti di Jefferies hanno liquidato la notizia come “un aggiornamento rassicurante sulle solidità delle vendite nel Regno Unito e sulla capacità implicita di trasferire i costi ai clienti, nonostante la ben nota interruzione in Medio Oriente”. Insomma, un trionfo del capitalismo adattativo: se c’è guerra, meglio che sia buona per gli affari.

Quindi cari consumatori, preparatevi: pagherete più caro, ma almeno avrete la certezza sublime che dietro quel prezzo lievitato c’è una guerra a rendere tutto più… divertente. Un applauso all’ora d’oro del capitalismo sensibile.

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