Gli Stati Uniti pronti a bombardare l’isola iraniana di Kharg mentre spediscono truppe come se nulla fosse

Gli Stati Uniti pronti a bombardare l’isola iraniana di Kharg mentre spediscono truppe come se nulla fosse

Come se non fosse già abbastanza complicato, gli Stati Uniti stanno preparando un altro carosello di truppe da mandare in Medio Oriente, giusto per tenersi occupati con qualche invasione minore e distrazioni varie. Circa 3.000 soldati della 82ª Divisione Aviotrasportata dell’Esercito americano, insieme a due unità marine, si starebbero dirigendo verso quella meravigliosa regione piena di paradossi e tensioni. Naturalmente, il Pentagono si guarda bene dal dirci qualcosa di chiaro, mentre tutti si chiedono se il prossimo passo sarà un’ennesima invasione via terra in Iran, paese con cui, ovviamente, si sta anche cercando di negoziare una pace che pare sempre più un gioco da ragazzi.

Gli esperti militari, abituati a questi spettacoli infiniti, sostengono che la quantità di truppe sembra calzare con qualche operazione lampo e circoscritta, non certo con una missione a tempo indeterminato. Ottimo, perché – si sa – chi ha bisogno di tempo, logistica e risorse per una vera occupazione? Meglio fare un blitz e via, tanto per movimentare un po’ le acque. E così, improvvisamente, finiscono sotto i riflettori due piccole, ma strategiche, isole iraniane e accende la curiosità mediatica su un’eventuale missione per mettere le mani sui quel tesoro chiamato “materiali nucleari” della Repubblica Islamica.

Daniel Davis, ex tenente colonnello dell’Esercito USA e ora esperto in difesa, ha calcolato che i cosiddetti “trigger pullers” – i soldati operativi sul terreno – siano appena tra i 4.000 e i 5.000. Tradotto: numeri sufficienti per piantare la bandiera in qualche posticino non troppo grande, giusto per mettersi in mostra. Secondo Davis, la 82ª Divisione Aviotrasportata serve più che altro come forza di reazione immediata per aprire la scena a chi, magari, arriverà più tardi con la fanfara. Ma attenzione, non si parla nemmeno lontanamente di preparare un’armata da guerra: un’operazione su larga scala richiede mesi di addestramento, attrezzature e preparazioni. Ma perché curarsene ora?

Qeshm, Kharg e quel giochino nucleare

Cosa ci può fare con queste poche migliaia di soldati su un terreno tanto delicato? Davis individua tre scenari, tutti più affascinanti e surreali di una puntata di una serie tv di pessimo gusto.

Primo, la presa dell’isola di Qeshm. Si trova in quel grazioso “ferro di cavallo” che è lo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale del Golfo Persico. Questa isola, la più grande del Golfo stesso, è stata vociferata come deposito sotterraneo di missili anti-nave, mine, droni e altre diavolerie militari. Un perfetto obiettivo per una rapina internazionale a luci rosse.

Secondo possibile bersaglio è l’isola di Kharg, cuore pulsante dell’industria petrolifera iraniana. Spesso indicata come “l’ancora economica” dell’export petrolifero nazionale, Kharg è un isolotto corallino a una manciata di miglia dalla costa, un vero crocevia per il petrolio che poi attraversa lo Stretto di Hormuz. Occupare Kharg significherebbe mettere un bel dito nella piaga economica di Teheran, anche se un’avventura simile richiederebbe una bella presenza di truppe a terra – cosa che gli americani, come al solito, sembrano temere e evitare.

Terza ipotesi, meno scenografica ma forse più appetitosa per la cronaca, è un raid mirato per mettere le mani su oltre 400 chili di materiali nucleari ritrattati. Il problema? Trovare questo tesoro nascosto, capire se è concentrato abbastanza per giustificare un’operazione predatoria e – soprattutto – riuscire a portar via il bottino senza che tutto vada a fuoco. Bella sfida, veramente.

Qualche fanatico dell’hype locale, Kevin Donegan, ammiraglio in pensione e ex comandante della V Flotta degli Stati Uniti, ha dichiarato con la sobrietà che lo contraddistingue che l’impresa è “assolutamente eseguibile”. Peccato che i nemici siano armati di milioni di mine e missili, che non sono certo passati a miglior vita senza far rumore. Ciò che rimane è una sorta di gioco del gattino con il topo, dove la domanda resta: quanto tempo ci metteranno a fare tutto questo e, soprattutto, quando si potrà tornare alla normalità nel traffico di quella zona?

Da Teheran, la risposta è un altrettanto saggio monito: un alto funzionario del Parlamento iraniano ha ammesso senza troppe cerimonie di aspettarsi un attacco proprio da quegli “invidiosi nemici” pronti a impadronirsi delle loro isole. Il relatore, Mohammad-Bagher Ghalibaf, ha sottolineato sui social che i movimenti ostili sono scrupolosamente tenuti sotto controllo dalle forze armate iraniane.

Ha ammonito: se qualcuno dovesse compiere il minimo passo falso, le infrastrutture vitali di tutto il Paese – una minaccia mica da ridere – saranno duramente colpite in risposta. Insomma, da una parte si parla di blitz fulminei ma studiati; dall’altra, si minaccia una risposta da cartone animato post-apocalittico appena una mosca sbatte le ali. Un quadro perfetto di realismo politico e diplomatico, con il solito copione che conosciamo fin troppo bene.

Donald Trump e al suo spettacolo militare in stile “minaccia controllata” contro l’Iran. Come se l’impero non avesse già abbastanza problemi sparsi per il mondo, ecco che si tira fuori l’artiglieria pesante… o quasi.

Secondo Ruben Stewart, esperto di guerra terrestre al prestigioso ma sobrio International Institute for Strategic Studies (IISS), le truppe statunitensi schierate non sembrano proprio pronte per una maratona di battaglie a terra. No, niente divisioni corazzate o ruotine logistiche per gestire un conflitto all’iraniana di lunga durata: è più un blitz lampo, una rapida incursione, forse una gita domenicale ben armata.

l’Iran è pura fantasia”.

Ad esempio, prendere l’isola di Kharg, cuore pulsante dell’export petrolifero iraniano, tecnicamente fattibile ma certo un bel calcione al vaso di Pandora, roba da far impallidire il Consiglio di Sicurezza dell’ONU durante una riunione monotona.

Se poi pensiamo di mettere le mani sul materiale nucleare iraniano con questa armata dei pupazzi che hanno mandato, è meglio ripiegare su un bel caffè: servirebbe uno spiegamento molto più massiccio, uno di quelli lunghi che non finiscono mai. Votato alla perdizione.

Ora, il quadro completo: un uomo con una bandiera dell’Iran dove spiccano i volti del compianto e del nuovo Leader Supremo, Ali e Mojtaba Khamenei, sventola orgogliosamente a Teheran. Una scena perfetta per ricordarci che il popolo iraniano non è esattamente un bersaglio facile da colpire con le solite parate militari americane.

La strategia? Una sceneggiata per finta, ovviamente

La presenza limitata delle forze americane sembra più un corteggiamento intimidatorio che un serio impegno bellico. Insomma, una grande mossa di poker da parte di Trump, che spera di fare bella figura mostrando i muscoli per aumentare il proprio potere di negoziazione. La solita tecnica “o firmi il trattato o ti facciamo vedere i nostri razzi”. Che originalità.

Ah, e non dimentichiamoci del colpo di scena: la Casa Bianca ha assicurato che nelle ultime tre giornate Trump ha condotto “trattative produttive” con l’Iran, mentre la controparte nega vigorosamente qualsiasi colloquio. Questo classico tira e molla diplomatico vale oro per alimentare la suspense. Dietro le quinte, probabilmente, tutto tace, mentre il teatrino va avanti.

Ecco a voi l’ultima perla della politica estera americana: un’operazione “operativa” che è già “in anticipo sui tempi”, parola della Casa Bianca. Non dubitiamo che si stiano affrettando a stendere scenari irrealistici per giustificare l’ennesimo pasticcio.