Oggi comporre opere liriche è non solo possibile, ma addirittura obbligatorio. Non tanto per sacralizzare una tradizione che fa tremare le ginocchia, ma per quell’incrollabile illusione che il teatro, musicale o meno, sia da ben duemila e cinquecento anni il miglior marchingegno umano per raccontarsi e farsi commuovere. Parliamo di una storia vera, eh, mica una fiaba: l’amore tumultuoso tra Maria Callas e Pier Paolo Pasolini. La scintilla fu scoccata nell’estate del 1969, prima tra le rocce della Cappadocia e poi nella magica laguna di Grado, sul set di Medea, il film che Pasolini dirige con la sua Divina come protagonista.
Un incontro tutto fuorché ordinario. La Callas, che non aveva mai accettato offerte cinematografiche (rigorosamente snobbate anche da Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, e addirittura John Huston, il quale la voleva in La Bibbia), era uscita scandalizzata dal film Teorema. E ora, di fronte a questo ruolo che le sembrava l’ultima spiaggia per restare artista — voce ormai sfocata e vita mandata gambe all’aria dall’odiato Aristotele Onassis — sembrava pronta a tuffarsi nel cinema. Dall’altra parte, Pasolini navigava in acque tutt’altro che tranquille: il ragazzo di cui si era innamorato voleva sposarsi e lasciarlo.
Una meravigliosa mostra del Centro Studi Pasolini di Casarsa ha ricostruito quei giorni con tanto di rassegna stampa del periodo. La scintilla, inutile negarlo, prese fuoco davanti a tutti, anche se il tutto si svolse in una bolla di irrealtà, un’illusione collettiva magistralmente alimentata dall’iperattivismo dei media – e parliamo di giornali cartacei, per chi non c’era. I rotocalchi non facevano altro che annunciare le nozze imminenti; la madre di Pasolini intervistata gioiva all’idea di diventare nonna; e lei, la Callas, pare proprio prese con sé la famosa corniola a forma di anello di fidanzamento che lui le regalò alla fine delle riprese.
E come ciliegina sulla torta, i due furono pure paparazzati mentre si scambiavano un bacio appassionato sulle labbra. Sorprende, quasi sembra un miracolo, vedere questi due colossi dell’arte del Novecento nelle loro fragilità, insicurezze e ingenuità private. Naturalmente, il matrimonio non si celebrò mai. La loro storia d’amore svanì lentamente come un sogno appassito. Morirono entrambi a poca distanza, lui nel 1975, lei nel 1977.
Proprio per segnare il cinquantenario di quegli eventi, l’idea di trasformare la loro vicenda in un’opera lirica è sembrata irresistibile. Non un “noi” arrogante da “plurale maiestatis” – quello che spesso confonde la produzione collettiva con la sagra dell’autopompa – ma proprio l’opera, lo spettacolo che è e resta letteralmente la forma d’arte più collettiva e complicata da portare in scena.
Per la scrittura, a me è toccato collaborare con un giovane compositore, Davide Tramontano, che, nonostante i suoi soli ventisei anni, ha talento da vendere. Ha già all’attivo un’opera apprezzatissima, Mother. Io, con la mia carriera che mi vede al sesto lavoro, raramente ho trovato un collega così preparato e motivato. Ma non è solo scrivere: bisogna produrla, provarla, montarla e farla vivere.
Qui vanno i nostri applausi al Teatro Municipale di Piacenza, istituzione con radici solide e reale attenzione per il repertorio contemporaneo, che non relegano nel dimenticatoio o nei ritagli di programmazione. Qui l’opera nuova entra in abbonamento e viene affidata ad artisti di caratura, con voci liriche capaci di confrontarsi con quel classico che tutti amiamo, dal Verdi al Puccini.
Le prove sono state un’epopea di fatica e passione: abbiamo scelto e ottenuto il cast su misura, e l’esperienza ci ha ricordato il perché di tanta devozione (uno su mille conosce l’opera meglio di chi l’ha scritta; si chiama professionalità, non magia). Adesso il debutto è quasi alle porte. Non resta che incrociare le dita, accarezzare amuleti e tutte quelle superstizioni buoniste che ci tengono in vita.
Quando l’opera cala il sipario, ciò che rimane non è più solo nelle mani degli autori: appartiene a chi trasforma le note in suoni, le parole in gesti, i movimenti in emozioni – e con un po’ di fortuna anche allo spettatore incauto che accetta di farsele raccontare.
Il potere del teatro e dell’amore impossibile
Il teatro, ricordiamolo, deve servire a raccontare storie. Ma non per svago, eh no. Le storie esistono per “dire” qualcosa di più profondo. Forse la nostra vuole insegnare che l’amore è una bestia complicata, variegata, e non sempre catalogabile. E allora la relazione proibita tra un omosessuale come Pasolini e una diva ferita e traumatizzata come la Callas ci ricorda che l’amore sfugge a ogni etichetta: morale, sociale, legale, religiosa, persino al senso comune.
Trovare parole adeguate è sempre un’impresa titanica, ma, rispetto al teatro “parlato”, noi dell’opera possiamo contare sulla musica e sul suo potere arcano, che esprime quello che nessuno riesce a dire e che tutti sentono. Una vera bacchetta magica per svelare l’indicibile.



